San Romedio è uno dei santi più venerati della regione trentina in Italia, noto per la sua vita di eremita tra i secolari boschi delle Alpi. Una delle curiosità più affascinanti riguarda il suo fedele compagno: un orso. Secondo la leggenda, mentre Romedio viaggiava verso Trento, l'orso uccise il suo cavallo. Romedio, con un atto di fede straordinario, domò l'orso e lo cavalcò fino a Trento. Questo episodio è divenuto simbolo della sua santità e della capacità di armonizzare la natura selvaggia con la vita spirituale. Il santuario dedicato a San Romedio, sito in una valle remota del Trentino, è un impresionante complesso di chiese e cappelle costruite su uno sperone di roccia, raggiungibile attraverso un lungo cammino di 131 scalini, simbolo del percorso ascetico del santo verso la spiritualità. La sua festa si celebra il 15 gennaio.
Il celebre monaco, fondatore dell’omonimo monastero trentino nel IX secolo, è uno dei santi più popolari della regione dove lo si associa sempre all’orso che ammansì e agli uccellini che lo aiutarono a costruire il primo eremo
In una valletta laterale della Val di Non, nel Trentino, appare d’improvviso al viaggiatore che sale per la strada provinciale uno sperone roccioso, quasi un gigantesco obelisco, dove è abbarbicato un complesso di costruzioni di cui le più antiche risalgono al XII secolo: è il santuario di San Romedio. Sul portale dell’entrata un rilievo settecentesco in pietra rappresenta il santo insieme con un orsacchiotto mentre una scritta commenta: «Fatto stupendo – o cosa strana / l’orso la belva / si fa umana / Stupor maggior / che l’uomo nato / in belva or cerchi / esser cangiato».
In tutta la sua iconografia san Romedio appare anziano, con la barba e il vestito da monaco mentre tiene per le briglie l’orso con il basto in groppa, protagonista di una celebre leggenda: un giorno il santo, che stava partendo per Trento dove lo aspettava il vescovo, ordinò a uno dei suoi confratelli, Davide, di sellare il cavallo che pascolava nei dintorni. Davide ubbidisce ma invece di trovare il cavallo vivo, vede un orso bruno che sta sbranandolo. Si precipita spaventato da Romedio il quale, senza scomporsi, gli ordina di imbrigliare e sellare la belva e di condurla a lui senza timore. Davide, un poco titubante, si avvicina all’orso che, invece di reagire, si lascia docilmente condurre da Romedio. Poi il santo carica i bagagli sulla groppa della bestia ammansita che lo segue fino a Trento. In memoria di quel favoloso evento i Frati Francescani che custodiscono il santuario tengono in una gabbia un orsacchiotto che è diventato l’attrazione dei visitatori.
Non è la sola leggenda popolare di questo santo molto amato nel Trentino insieme con Vigilio e i tre martiri anaunesi. Di lui si narra che, vissuto a cavallo del IV e del V secolo, fosse il comites di Taur, una cittadina nei pressi di Innsbruck. Un giorno, rientrando in patria dopo un pellegrinaggio alle tombe dei santi Pietro e Paolo, s’incontrò a Trento con san Vigilio e decise di ritirarsi in una valletta non lontana dal luogo dov’erano stati uccisi qualche anno prima i tre martiri dell’Anaunia, Sisinio, Martirio e Alessandro, per far vita di penitenza e di preghiera insieme con due compagni, Davide e Abramo.
Queste notizie, che hanno ispirato le Vite medievali del santo, sono tratte da due versioni di un testo biografico scritto fra il 1244 e il 1251 da fra Bartolomeo, domenicano di San Lorenzo in Trento, un pio ricercatore delle memorie della Chiesa locale. Il quale, forse per accrescere l’importanza dell’anacoreta, ne retrodatò la vita all’epoca di san Vigilio mentre è più fondato ritenere che Romedio sia vissuto nel periodo feudale compreso fra Carlomagno e l’XI secolo perché lo stesso fra Bartolomeo narra che il santo donò il suo feudo di Taur alle diocesi di Trento e Augusta: non lo avrebbe potuto fare né durante l’Impero romano né nell’epoca barbarica successiva e neppure durante il regno longobardico. Probabilmente dev’essere vissuto nell’XI secolo perché i primi dati certi sul suo culto risalgono alla solenne traslazione delle reliquie nel 1120 voluta dal vescovo Adalpreto. Fu in quell’occasione che si preparò la nuova cappella e il nuovo altare per la loro esposizione.
Il luogo, simile a un nido d’aquile, non poteva non evocare ai successivi biografi una collana di leggende che s’aggiunsero all’unica narrata da fra Bartolomeo e ambientata sullo sperone roccioso dopo la morte del santo e dei suoi compagni: «Perciò i fedeli» scriveva «edificarono una chiesa sopra i santi corpi. Mentre un carpentiere la stava coprendo, cadde dalla sommità fin nel torrente e mentre la gente s’affrettava per andarne a raccogliere i resti, ecco farsi loro incontro con la sega e l’ascia lui che non solo cercavano morto, ma anche ridotto in pezzi e, lodando Dio, portò a compimento il lavoro».
Già si è accennnato alla leggenda dell’orso ammansito che gli agiografi hanno cercato piamente di interpretare spiegando che l’animale simboleggerebbe i ferini abitatori dell’Anaunia che grazie alla sua presenza furono educati alla mansuetudine evangelica. Ma forse si potrebbe congetturare che quell’orso altro non sia che un animale simbolico e alluda a culti precristiani non del tutto estirpati nella zona.
Un’altra leggenda che ha ispirato pittori e scultori è quella degli uccelli che aiutarono Romedio e i suoi compagni a costruire sullo sperone roccioso il primo minuscolo monastero, trasportando con i becchi i legni e tutti i materiali necessari per i vari edifici. Un’altra volta, mentre il santo scendeva a Trento per visitare il vescovo e si preoccupava perché non aveva nessun dono da offrirgli, si posò ai suoi piedi uno stormo di uccelli pronti a sacrificare la loro vita. «Ma il mansuetissimo Romedio, impartita loro la benedizione, li lasciò volar via tutti liberi. Essi a loro volta, memori del beneficio ricevuto, svolazzarono tutti stretti sopra il santo uomo, proteggendolo con la loro ombra fino a Trento.»
Alla sua morte si sentì in città un suono di campane non mosse da mano d’uomo sicché ancora oggi il campanile minore, incorporato nell’abside della cattedrale e sottile come una freccia, è dedicato a san Romedio.
Secondo la tradizione il santo morì il 1° ottobre di un anno imprecisato, data nella quale anticamente cadeva la sua festa che poi nel Calendario trentino moderno è stata spostata al 15 gennaio, quando se ne ricorda la traslazione nella nuova cappella che risale, come s’è detto, al 1120.
Quanto alle sue reliquie, nel santuario sono conservati il teschio con la mandibola, il femore destro, le tibie, due vertebre dorsali, tre costole e un grosso frammento dell’osso sacro, mentre il resto fu donato nel corso dei secoli a varie chiese italiane, boeme ed austriache, fra cui la chiesetta del castello di Taur, sua patria, detta popolarmente di San Romedio: il cui nome deriva per deformazione dal tardo nome latino Remedius col significato originario di «rimedio spirituale per l’anima»; sicché a un bollandista piacque scrivere: «Il nome di Rimedio è significativo e adatto per i rimedi e i benefici soliti ad ottenersi divinamente per la sua invocazione». La quale dev’essere straordinariamente efficace se una leggenda narra che un giorno il cavaliere Giorgio di Cles, tribuno dei soldati sotto il serenissimo imperatore Sigismondo, che era appena tornato in patria dopo tante battaglie combattute valorosamente, giunse al ponte dei Regai, che è sopra il rivo di San Romedio. In quel momento sbucarono alcuni malviventi dagli anfratti delle rocce e, levate le travi di legno del ponticello per impedirgli la fuga, lo assalirono decisi a ucciderlo. Allora il valoroso e pio cavaliere, dopo aver rivolto una preghiera a san Romedio, incitò la sua mula che, presa la rincorsa, saltò con un balzo portentoso sopra la profonda voragine fino all’altra riva.
San Romedio si festeggia il 15 gennaio