Nome
Santa Luisa de Marillac
Titolo
Vedova e religiosa
Nascita
12/08/1591 - Le Meux, Francia
Morte
15/03/1660 - Parigi, Francia
Ricorrenza
Radio Vaticana
Radio Maria
Radio Rai
Protettore
In breve

Santa Luisa de Marillac è stata una figura chiave nella storia della Chiesa cattolica per il suo impegno verso i bisognosi e per la fondazione delle Figlie della Carità insieme a San Vincenzo de' Paoli. Nata a Parigi il 12 agosto 1591, Luisa perse sua madre in giovane età e fu allevata da una zia monaca. Nonostante le difficoltà personali, incluso un matrimonio infelice e la morte del marito, si dedicò alla vita religiosa e al servizio dei poveri. La sua salute cagionevole non le impedì di viaggiare per tutta la Francia per stabilire le comunità delle Figlie della Carità, che si occupavano dell'educazione dei bambini poveri e dell'assistenza agli ammalati. La sua santità e il suo lavoro furono riconosciuti ufficialmente con la canonizzazione nel 1934 da Papa Pio XI. Oggi, Santa Luisa de Marillac è venerata come patrona delle opere sociali e delle vedove, e la sua eredità continua a ispirare molte persone nel mondo.

Luisa di Marillac, sotto la direzione e l’ispirazione di S. Vincenzo de’ Paoli (19 lug.), ha dato vita a uno dei movimenti più imponenti nella storia della Chiesa, impegnato nell’alleviare e nel curare le sofferenze dei poveri. La fondatrice delle Figlie della Carità fissò gli ideali di questo movimento e rese possibile il proseguimento della sua opera nei secoli che seguirono.

Luisa di Marillac nacque nel 1590 in Francia, probabilmente a Ferrières-en-Brie, dove venne anche battezzata. Suo padre era Luigi di Marillac, un membro della piccola nobiltà; l’identità della madre è invece sconosciuta. Il documento di matrimonio di Luisa e altri documenti che attestano una rendita stabilita dal padre a suo favore, rivelano che era figlia naturale, ma non fanno menzione del nome della madre. 

La prima moglie di Luigi, Maria de la Rozière, morì nel 1588 o nel 1589, ed egli si risposò con Antonietta Le Camus nel 1595. Luisa nacque quindi tra il primo e il secondo matrimonio. Ella non menziona mai né la matrigna né la madre naturale, omissione che suggerisce la mancanza del conforto di una vera mamma e dell’affetto della famiglia del padre.

Non si conosce nulla dei suoi primi anni di vita. Ancora molto giovane fu mandata nel convento reale dei domenicani di Poissy dove la sua prozia, Luisa di Marillac, era suora. Là ricevette i rudimenti di un’educazione umanistica e artistica e frequentò le famiglie più nobili di Francia. Il periodo nel convento terminò nel 1604 circa, forse alla morte del padre. Fu quindi affidata a una “povera zitella” che gestiva un orfanotrofio (o qualcosa di simile) dove avrebbe appreso «i lavori manuali che una donna deve saper fare». È chiaro che la famiglia non aveva alcuna intenzione di tenerla con sé. Solo lo zio Michele di Marillac le scriveva occasionalmente, mantenendo però sempre rapporti formali. Luisa non solo imparò a cucire e ricamare ma aiutò anche a organizzare il lavoro per arrotondare il misero guadagno della sua direttrice. Amava dipingere e trovava tempo non solo per leggere ma anche per coltivare una vita di preghiera.

Quando espresse il desiderio di diventare suora, il suo direttore spirituale si oppose decisamente a motivo della salute cagionevole. Infatti Luisa era, e sarebbe rimasta, soggetta a problemi di stomaco, dovuti probabilmente alle molte e più che comprensibili sofferenze interiori.

Non potendo entrare in convento, la sola strada che le rimaneva aperta era quella del matrimonio e i Marillac erano disposti a trovarle un marito adatto, che li liberasse da ogni ulteriore responsabilità nei suoi confronti.

La scelta cadde su Antonio Le Gras, funzionario di corte al servizio della regina. Il matrimonio ebbe luogo nel febbraio 1613 alla presenza della famiglia dello sposo e di alcuni membri di quella di Luisa.

Seguirono alcuni anni di relativa stabilità e felicità. Luisa partecipava agli impegni di corte e teneva ricevimenti e, in qualità di “mademoiselle” Le Gras (il titolo di “madame” era accordato solo ai membri dell’alta nobiltà), venne accettata dai Marillac.

Nel 1613 ebbe un figlio, Michele. Luisa si dimostrò un’ottima madre e moglie, e organizzò la sua casa in maniera saggia ed efficiente. Continuava anche a prendersi cura dei poveri.

La felicità terrena fu però di breve durata e la prima grande prova di Luisa, un tormento che continuò per la maggior parte della sua vita, venne proprio dal figlio, che era un ragazzo goffo, ottuso e instabile. Ulteriori avversità arrivarono quando la regina cadde in disgrazia e Antonio perse il lavoro.

Egli trovò impiego come curatore dell’amministrazione del patrimonio dei figli d’Attichy, quando questi persero i genitori, uno dei quali era Valenza, la zia di Luisa. Antonio però, in un eccesso di zelo, impegnò anche i propri beni e a un certo punto vi diede fondo: gli orfani d’Attichy non erano per nulla cordiali: deridevano la posizione di Le Gras e rinfacciavano sempre a Luisa di essere in debito con la famiglia per i favori ricevuti. Antonio si ammalò gravemente e Luisa dovette curarlo per quattro o cinque anni.

Le disgrazie gettarono Luisa in una profonda crisi interiore: considerava la sua condizione come una giusta punizione per un matrimonio che aveva accettato nonostante il precedente voto di entrare in convento, e riteneva che non sarebbe servito a riparare la colpa neppure un voto attuale di rimanere vedova se fosse mancato il marito. Le tentazioni arrivavano rapide e acute: fu indotta a lasciare il marito e tagliare i contatti con il direttore spirituale, non riteneva possibile poter credere nell’immortalità dell’anima e perfino nell’esistenza di Dio. Un colloquio con S. Francesco di Sales (24 gen.) a Parigi, tra il 1618 e il 1619 la tranquillizzò per un certo tempo.

In quel periodo il direttore spirituale di Luisa era il vescovo di Belley, anch’egli discepolo di S. Francesco di Sales. Egli tentò di farla ragionare e di infonderle coraggio; poiché però stava a Parigi e non aveva occasione di vederla spesso, chiese a Vincenzo de’ Paoli di prendersi la responsabilità della donna ma egli, che non prendeva mai decisioni improvvisate, non lo promise.

Nel frattempo Luisa, chiusa nella sua depressione, si rivolse in preghiera a S. Francesco di Sales, da poco scomparso. La domenica di Pentecoste 1623 il suo spirito fu illuminato: avvertì che il suo dovere era di occuparsi del marito, comprese che sarebbe arrivato un tempo in cui sarebbe stata in grado di fare voto di castità, povertè e obbedienza insieme a altre persone, che il suo lavoro sarebbe stato il servizio ai poveri e che Dio le avrebbe fatto incontrare un direttore spirituale. Scriveva in seguito: «Dio mi mostrò chi sarebbe stato. Sentii ripugnanza, ma acconsentii». Nel 1624 conobbe Vincenzo de’ Paoli e quasi subito riconobbe in lui i caratteri percepiti nell’esperienza di Pentecoste.

Antonio Le Gras morì nel 1625. Trovandosi in ristrettezze economiche, Luisa traslocò in rue S. Victor nella parrocchia di S. Nicholas Chardonnet, vicino al collegio des Bons Enfants, un seminario dove mise il figlio e dove operava la Congregazione dei Preti della Missione di Vincenzo. Trascorse due anni attendendo che Dio mostrasse a Vincenzo come e dove avrebbero dovuto agire. In quel periodo rinnovò il voto di vedovanza, completato da quelli di castità, povertà e obbedienza.

Luisa era ancora molto legata dai suoi innumerevoli impegni: occupava molto tempo nelle opere pie, era membro di diverse confraternite, ognuna con un programma particolare, aveva preso l’impegno di fare trentatré atti di adorazione al giorno in onore dei trentatré anni di vita terrena di Gesù, partecipava alla Messa e si comunicava quando le era permesso. Un programma minuzioso regolava la sua vita. Inoltre cuciva e lavorava a maglia per i poveri che visitava nelle loro case.

Vincenzo era preoccupato per la sua visione un po’ chiusa e limitata, ma solo occasionalmente si permetteva di criticarla: «Procedi con pazienza e con prudenza e sii più felice che puoi».

Mademoiselle Le Gras non riusciva a essere felice: bambina non desiderata, moglie quasi per forza, madre insoddisfatta, non aveva mai avuto la possibilità di uscire dai suoi limiti e perdersi in qualcosa di più grande delle sue immediate preoccupazioni. Anche ora che era libera, perfino la sua fede, dominata come era dagli scrupoli, era una sorta di prigione. Ma Vincenzo aveva scorto il fuoco che covava nel suo animo e che la rendeva capace di amore e fedeltà e, soprattutto, di pronta obbedienza.

Luisa ebbe modo di conoscere da vicino l’operato dei Preti della Missione, rimanendo colpita dall’ardore del loro fondatore che visitava i poveri per annunciare loro il Vangelo.

Giunse il giorno in cui Luisa chiese di poter aiutare le missioni in qualunque modo il suo direttore avesse deciso. Per volontà di Vincenzo fu inviata a controllare il lavoro delle Dame della Carità, che egli aveva organizzato nelle parrocchie dove era stato a predicare.

A Parigi erano lo strumento per condurre la prima opera di carità mai organizzata nella capitale, mentre nelle campagne le Dame risiedevano nelle parrocchie, occupandosi dell’educazione, dell’evangelizzazione e del servizio ai poveri. Vincenzo aveva dato loro un programma generale, lasciando che si organizzassero localmente. Inevitabilmente, senza la sua presenza, il loro zelo veniva meno.

Nel 1629, Luisa partì per la prima volta in missione: doveva controllare la situazione delle Dame della Carità nelle parrocchie dove erano state istituite, correggerne gli errori e aumentare la loro operatività. Trascorse quattro anni in missione, trasformandosi radicalmente: conduceva una vita all’aria aperta, conobbe la fatica e imparò a sopportarla, venne in stretto contatto con le bassezze umane, giudicando con attenzione in che modo poterle alleviare. Imparò a essere diplomatica nel trattare con le autorità ecclesiali o locali e scoprì perfino di non avere cattiva predisposizione per i discorsi pubblici. Non vivendo più in un mondo immaginario ma in stretto contatto con la vita reale, apprese a essere semplice e diretta. Gli scrupoli e le paure divennero un problema del passato. Più tardi avrebbe potuto scrivere a una delle sue incaricate: «Prova a neutralizzare i tuoi scrupoli coltivando altri interessi; invece di affrontarli, prega lo Spirito Santo di darti la gioia». Forse uno dei segni più significativi della sua nuova personalità fu la decisione di riprendere il suo nome da ragazza. Sebbene tutti la conoscessero come mademoiselle Le Gras, ora si firmava Luisa di Marillac. Anche Vincenzo osservò con gioia come la donna malinconica e repressa di un tempo fosse fiorita diventando una compagna di lavoro assolutamente affidabile. Le disse una volta: «Solo Dio sa, mademoiselle, che regalo mi ha fatto nel donarvi a me; in cielo Io saprete!».

Luisa comprese che le Dame della Carità non sarebbero mai riuscite a perseverare nel loro lavoro senza essere aiutate da persone dedite per vocazione al servizio dei poveri.

Le Dame contribuivano a trovare i fondi per aiutare i poveri e a organizzare la distribuzione di aiuti; ma erano meno pronte a lavare i malati, o a fasciarli, o a dar loro da mangiare. Vincenzo biasimò l’abitudine di alcune Dame di mandare le loro cameriere a eseguire i compiti per i quali non si sentivano pronte.

Un esempio illuminante di ciò che poteva essere compiuto da una persona consacrata, benché analfabeta, fu quello di Margherita Naseau, la quale imparò a leggere per poter insegnare alle ragazze del villaggio ed eseguiva gli incarichi più umili per i sofferenti (morì di peste, contratta mentre dava da mangiare agli ammalati a Marsiglia).

Luisa scelse attentamente le giovani e generose ragazze che si presentavano per aiutare, desiderosa di formarle al servizio speciale dei malati poveri. Era necessario pensare a un nuovo tipo di religiose, e Luisa ne identificò il modello in Margherita.

Con la sua solita prudenza Vincenzo chiese tempo per riflettere: egli stesso era il confessore delle visitandine di Parigi e ricordava l’esperienza negativa di Francesco di Sales nell’istituire un gruppo di religiose attive, di cui era stato il primo a sostenere la necessità. Per la Chiesa dell’epoca, essere una religiosa significava condurre una vita di clausura dietro mura e grate e lunghe ore di preghiera. Luisa e Vincenzo avevano in mente qualcosa di totalmente differente e l’unico modo di fare accettare l’idea era quello di liberare quelle donne dai voti religiosi.

Vincenzo avrebbe ripetuto infinite volte alle sorelle che non erano religiose e che non lo sarebbero mai state. Con parole che sarebbero rimaste famose, egli le descrisse così:

Una comunità il cui monastero erano le case dei malati, le cui celle erano delle camere d’affitto, la cui cappella erano le chiese parrocchiali e il cui chiostro erano le strade [...]. Le Figlie della Carità sono limitate solo dall’obbedienza, fanno del timor di Dio la loro grata e non hanno altro velo se non la loro modestia [...]. Il solo scopo delle religiose è il raggiungimento della perfezione spirituale; l’obiettivo delle Figlie della Carità è il conforto e la salvezza del loro prossimo.

Alla fine del 1633 Luisa aveva raccolto nella sua piccola casa un gruppo di giovani ragazze che si erano offerte di lavorare per le Dame della Carità al servizio diretto dei poveri. Vincenzo era convinto che il modello dovesse essere quello delle ragazze di campagna:

Le vere ragazze di campagna sono molto semplici. Non parlano in maniera ricercata e non usano termini ambigui. Non sono testardamente attaccate alle loro opinioni e ai loro progetti e credono con innocenza a quello che viene loro detto. Si può notare nelle vere ragazze di campagna un alto grado di umiltà. Non si vantano mai di quello che possiedono e non dicono mai di avere amicizie importanti; non si considerano colte e si comportano modestamente. Alcune possono essere più ricche rispetto alle altre, ma non lo fanno notare e tutte vivono insieme nella medesima maniera.

Questi erano ottimi punti di partenza, ma le ragazze dovevano essere formate non solo per il loro compito specifico ma anche per raggiungere la consapevolezza spirituale che il servizio ai poveri era un servizio di amore a Cristo, e che la carità doveva essere volta non solo ai poveri ma anche alle altre sorelle.

Luisa dovette insegnare alle ragazze a leggere e a scrivere, a vivere insieme, educandole nella dottrina cristiana e nel desiderio di amare Dio sopra tutte le cose, comunicando loro il suo modo di considerare quella nuova vocazione, nello stesso tempo religiosa, per l’obbedienza e la povertà personale, eppure anche orientata verso una sottomissione totale «ai poveri, che sono i nostri padroni». Se ci sono stati così tanti esempi di eroica carità tra le sorelle nel corso dei secoli, è stato grazie all’insegnamento e all’esempio di Luisa. Vincenzo amava citare la giovane Figlia della Carità che, mandata ad aiutare nella casa di una Dama della Carità di rango nobile, chiese umilmente di essere esonerata dall’onore dicendo: «Ho lasciato i miei genitori e sono venuta qui per servire i poveri, non i ricchi».

Con la sua opera di formazione, Luisa crebbe essa stessa nella vocazione di Figlia della Carità. Un anno dopo l’inizio della formazione, Vincenzo le diede il permesso di fare il voto privato di dedizione perenne a quelle ragazze che aveva iniziato ad amare profondamente e senza riserve. Il suo atteggiamento nei loro confronti era chiaramente intuibile dal fatto che preferisse essere chiamata “sorella servitrice” piuttosto che “superiora”. Niente la addolorava così tanto come l’abbandono da parte di alcune sorelle, anche se Vincenzo la rassicurò affermando che le perdite erano inevitabili.

Egli stesso partecipava alla formazione attraverso le Conferenze che teneva alle sorelle riunite, a cui anche Luisa partecipava. Le sue lettere alle sorelle mandate in missione ne mostrano la preoccupazione costante per ogni aspetto della loro vita.

Quando il numero delle Figlie della Carità, come vennero subito chiamate, aumentò ed esse furono mandate in diverse missioni, la responsabilità di Luisa aumentò proporzionalmente. Dal 1634 fino alla morte, avvenuta nel 1660, esaminò e supervisionò ogni nuovo progetto: l’apertura o la rilevazione di ospedali già esistenti a Parigi e nelle province, orfanotrofi, aiuto a bambini abbandonati, scuole gratuite, alloggi per i malati, ospizi per gli anziani, ostelli per vagabondi e mendicanti, cucine, la cura dei soldati sui campi di battaglia e dei criminali in prigione.

La sua attenzione per i dettagli, la capacità di giudicare e di discernere erano qualità che esercitava autonomamente o insieme a Vincenzo e alle Dame della Carità.

In quegli anni la situazione venne aggravata dai tumulti della guerra civile, che colpivano più di tutti i poveri, ma che davano anche fondo alle risorse dei ricchi. Nonostante tutto la compagnia continuò a svilupparsi. Vincenzo permise ad alcune sorelle di prendere i voti nel 1642, che avrebbero rinnovato ogni anno.

La compagnia ricevette l’approvazione dell’arcivescovo di Parigi nel 1646 e del parlamento nel 1658. Oltre alla formazione delle sorelle, Luisa si impegnava anche nella conduzione di ritiri per le Dame, ed esse avevano imparato ad apprezzarne i doni spirituali. Il suo impegno personale la portava sempre più all’interno del mistero di Cristo e a una stretta unione con lui.

Occupandosi di un movimento all’interno del quale si riteneva un semplice strumento, Luisa non tentò più di controllare i suoi progressi spirituali ma si abbandonò al volere della provvidenza.

Non avrebbe potuto pronunciare queste parole se non avesse sperimentato personalmente la loro viva realtà: «Quando ci siamo liberati da tutti i nostri attaccamenti al mondo e ai sensi, da ogni attaccamento al nostro amor proprio e alla nostra volontà e perfino dall’attaccamento al dilettarci in Cristo e nella sua presenza, quando ci saremo svuotati completamente, lo Spirito Santo verrà e ci farà vivere uniti a Dio». Luisa aveva iniziato a vivere senza avere chiara la sua identità, aveva trascorso molti anni con un enorme vuoto interiore, soffrendo il dolore del rifiuto e la disperazione di non appartenere a nessuno e a nessun luogo.

Fu Vincenzo a trarla in salvo da quello spazio oscuro per farla entrare nella luce e nell’amore della presenza di Dio. Con la crescita del suo amore per Cristo crocifisso potè liberamente riempire il suo vuoto interiore con la volontà di essere crocifissa insieme a lui: «Desidero estinguermi completamente con l’annullamento della mia intera vita interiore».

Vincenzo, che aveva acconsentito con riluttanza ad accettare la direzione spirituale di Luisa, aveva alla fine guadagnato una collaboratrice che lavorava in comunione con lui per compiere la volontà di Dio: Luisa non avrebbe fatto un solo passo senza l’approvazione di Vincenzo ma certo ella ricambiava quanto riceveva da lui. La grande opera di carità che li univa non sarebbe stata la stessa se avessero lavorato indipendentemente.

Nel 1659 entrambi si ammalarono. Luisa scriveva nel gennaio 1660: «Non ho desideri, non ho volontà. La grazia del mio Dio compirà in me ciò che egli vuole».

Per sei settimane rimase a letto. Chiese a Vincenzo di poterlo vedere prima di morire ma egli, ugualmente molto debole e impossibilitato a muoversi, le mandò un messaggio molto semplice: «Vai in pace». Morì il 15 marzo 1660 all’età di settantanni, e fu canonizzata da Pio XI 1’11 marzo 1934.

Nel 1960 venne dichiarata patrona degli operatori sociali cristiani. Il suo corpo si trova oggi nel convento delle Sorelle della Carità in rue du Bac a Parigi. Anche se esile e minuta, la sua grandezza è visibile oggi nel gran numero di figlie sparse in tutti i continenti e nelle numerose congregazioni ispirate alla sua.

È invocata: come protettrice degli operatori sociali