Nome
San Giusto di Trieste
Titolo
Martire
Nascita
Sconosciuto - Trieste
Morte
303 circa - Trieste
Ricorrenza
In breve

San Giusto di Trieste è venerato come il principale patrono della città di Trieste e della regione Friuli Venezia Giulia. Secondo la tradizione, egli fu un martire cristiano del IV secolo, la cui vita è avvolta nel mistero. Le poche informazioni che si hanno su di lui derivano principalmente dalla 'Passio Sancti Justi', un documento che racconta il suo martirio. Il culto di San Giusto è molto sentito nella città di Trieste, dove si trova la Cattedrale dedicata a San Giusto, un importante luogo di culto che custodisce le reliquie del santo. La festa di San Giusto si celebra il 3 novembre e in questa occasione si tengono solenni celebrazioni religiose. Una curiosità interessante è che, secondo la leggenda, San Giusto avrebbe subito il martirio dopo essere stato gettato in mare con una macina al collo, ma la sua salma sarebbe tornata miracolosamente a riva, permettendo ai fedeli di rendergli onore.

Il patrono di Trieste, che venne annegato di fronte alla città nel IV secolo, è sepolto nella cattedrale costruita in cima al colle dove precedentemente era un tempio dedicato alla Triade capitolina, Giove, Giunone e Minerva 

Un giovane vestito da romano antico con un ramo di palma in mano: così appare san Giusto sul mosaico del XIII secolo nell’abside destra della cattedrale che la città giuliana ha dedicato al suo patrono. Secondo la Passio, che i bollandisti giudicano sostanzialmente sincera e derivata dagli Atti ufficiali del processo oppure da testimoni, nel 303 d.C. il preside Mannacio convocò un triestino di nome Giusto, giusto non solo di nome e noto in tutta la città per le sue pratiche ascetiche. «Sei o meno cristiano?» gli domandò. «Grazie ai miei genitori lo sono fin dall’infanzia» rispose. «Non sai o per caso non è a tua conoscenza» lo incalzò il magistrato «che piissimi imperatori hanno ordinato in lungo e in largo per le province che ogni cristiano sacrifichi ai nostri dei? Chi poi si rifiuta viene condannato a morte.» Giusto, per nulla intimorito, disse: «Affermo di aver sempre sacrificato, ma a Gesù Cristo Figlio di Dio Padre. In verità non posso sacrificare a nessun altro all’infuori del Signore Dio dei cristiani».

«Tu non sai quanti sono stati trucidati per quel Cristo di cui parli!» lo ammoniva Mannacio. Ma l’altro rispondeva: «È proprio quel che io chiedo frequentemente al Signore Gesù Cristo, di essere degno di diventare uno di loro». Nonostante l’insistenza del magistrato, Giusto non cedeva, sicché venne gettato in carcere a riflettere sulle conseguenze del suo rifiuto.

La mattina seguente fu condotto nuovamente da Mannacio che cercò ancora una volta di convincerlo a sacrificare agli dei. «Che cosa hai deciso per la tua salvezza?» gli domandò. E il cristiano: «Non pensare che io agisca come un pazzo; la mia mente è lucida e sono pronto a morire, e il mio corpo è preparato ad affrontare le più svariate pene piuttosto che abbandonare il Signor Gesù Cristo, mio benefattore».

Allora Mannacio ordinò di fustigarlo sperando che la tortura lo facesse recedere dalla decisione. Ma non ottenne che questa preghiera: «Ti benedico, Signor Gesù Cristo, perché ora so che ti sei degnato di esaudirmi. Ti supplico, Signore, di portare pienamente a termine la mia battaglia perché io possa meritare di sperimentare la misericordia della tua divinità ed esultare con i tuoi santi martiri». Mannacio tentò ancora una volta di convincerlo, poi ordinò che fosse gettato in fondo al mare con pesi di piombo legati al collo, alle mani e ai piedi.

La Passio narra — e noi non possiamo che seguirne il racconto non avendo prove storiche sul genere di martirio subìto — che mentre il santo veniva condotto via, portava egli stesso i pesi di piombo congedandosi serenamente dai fratelli e dagli amici e camminava in fretta quasi fosse stato invitato a un banchetto. Giunto in riva al mare in un luogo lontano dalla città, gli legarono con una fune mani, piedi e collo appesantendola con piombo, poi lo caricarono su una barchetta portandolo al largo. «Signore,» pregava «tu sei il mio sostegno, hai mutato il mio lamento in danza; hai strappato la mia veste di sacco e mi hai cinto di delizia.»

Giusto concluse la preghiera affidando il suo spirito nelle mani del Signore. Era giunta l’ora: i suoi persecutori lo gettarono in mare dove affondò rapidamente. Ma le funi con il piombo si ruppero pochi istanti dopo la sua morte sicché il corpo, affiorato sulle acque, venne rigettato dalle correnti sulla riva di Trieste prima che il sole tramontasse. Era il 2 novembre, giorno in cui è festeggiato nella città e nella diocesi.

Durante la notte il martire apparve in sogno a un sacerdote di nome Sebastiano: «Alzati» gli disse «e troverai il mio corpo sulla riva del mare, fuori dell’acqua, fluttuante nella sabbia. Raccoglimi e seppelliscimi scrupolosamente a confusione ed illusione dei tiranni». Sebastiano corse nella notte per le varie case dei fedeli raccontando la visione. Poi tutti insieme si recarono sulla riva del mare dove trovarono il corpo che, imbalsamato e avvolto in lini, venne sepolto «non lungi da quella stessa riva dov’era stato ritrovato». La notizia si è dimostrata esatta perché nel 1963-1964 si sono scoperti i resti di una basilica martiriale suburbana in via Madonna del Mare, nella zona delle necropoli romane, proprio vicino alla riva dove, secondo la narrazione del martirio, fu sepolto il suo corpo. Sembra quindi ragionevole congetturare che in un primo periodo questa basilica abbia custodito le reliquie di san Giusto e sia stata anche la primitiva sede episcopale.

Successivamente le reliquie furono traslate nella basilica sorta nel V secolo sulle rovine di un tempio dedicato alla Triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva) che si trovava sulla cima del colle poi intitolato al martire. Ma quasi nulla rimane dell’antica cattedrale perché l’attuale a cinque navate e tre absidi risale al XIII secolo ed è sorta dalla fusione di due chiese contigue, una romanica, che ha utilizzato il fianco settentrionale di quella precedente del V secolo, e l’altra di età carolingia, detta il Sacello di San Giusto, nella cui abside campeggia sul fondo oro del mosaico la figura del Cristo con il monogramma in lettere greche ai lati del nimbo crociato. Con una tunica purpurea e avvolto in un manto azzurro cupo, benedice alla latina tenendo nella sinistra un libro aperto dove si legge: «Vita conscripti, simul este Patris benedicti», voi che siete insieme nella vita siate insieme benedetti dal Padre; e calpesta col piede destro un basilisco e col sinistro un serpente, entrambi simboli demoniaci. Ai suoi lati sono raffigurati san Giusto, che acclama con la mano alzata e con la sinistra regge la palma e un lembo della clamide, e san Servolo, un altro martire triestino, che regge con la destra avvolta dal mantello una piccola croce e stende la sinistra sul petto. Ai loro piedi corre l’iscrizione: «Maiestate Deum liquet nunc regnare per aevum, ambulat en Christus super aspidem et basiliscum», ora Dio può regnare in eterno in maestà: ecco che Cristo cammina sul serpente e sul basilisco.

Nei sottostanti archetti dell’abside sono affrescate fra lunette e riquadri dieci scene, di cui tre perdute, che illustrano alcuni episodi della Passio, dalla fustigazione del santo davanti al prefetto al giudizio, dal cammino verso la barca, che lo porterà al martirio, al suo annegamento, dal sogno di Sebastiano al rinvenimento del corpo sulla spiaggia fino all’assunzione in cielo della sua anima e ai funerali. Dopo la fusione delle due chiese parallele questi affreschi furono ricoperti da un altro ciclo di storie di san Giusto che è stato strappato nel 1954 durante un restauro e montato provvisoriamente su pannelli nel battistero di San Giovanni: al centro campeggia la figura di san Giusto con la palma del martirio e il modellino di Trieste a indicare il suo patronato su di essa, cui allude anche un quadro secentesco, antistante la Cappella del Tesoro, dove egli raccomanda alla Vergine la città.