Nome
Santa Giulia
Titolo
Martire in Corsica
Nascita
V Secolo - Cartagine, Tunisia
Morte
V Secolo - Corsica, Francia
Ricorrenza
Patrono di
In breve

Santa Giulia è venerata come martire cristiana e la sua storia è un esempio di fede e resistenza alle persecuzioni. Giulia visse nel V secolo e secondo la tradizione fu catturata dai pirati durante un'incursione e venduta come schiava a un mercante pagano di nome Eusebio. Nonostante le pesanti condizioni di vita e le pressioni subite per rinunciare alla sua fede, Giulia rimase fedele al cristianesimo. Questo la portò al martirio a causa del suo rifiuto di sacrificare agli dei pagani. La sua agiografia racconta che, dopo aver resistito a torture e umiliazioni, fu crocifissa su una croce, proprio come Gesù Cristo, morendo in segno di devozione alla sua fede. La sua festa liturgica si celebra il 22 maggio e molte chiese sono dedicate a lei in diverse parti del mondo. Un elemento affascinante della sua iconografia è la croce, simbolo del suo martirio, che spesso viene rappresentata insieme alla santa nelle opere d'arte.

Come una martire cartaginese del IV secolo, le cui reliquie furono traslate dapprima in Corsica, poi alla Gorgona e infine a Brescia dal re longobardo Desiderio, è diventata la santa patrona di Livorno

Una Passio, le cui recensioni più antiche risalgono al VII secolo, narra che in un’epoca imprecisata la città di Cartagine venne espugnata e molti suoi cittadini deportati come schiavi. Fra questi vi era una giovane cristiana di nome Giulia che cadde nelle mani di un certo Eusebio, di origine siriana-palestinese. Giulia aveva accettato di buon animo la sua condizione seguendo il precetto dell’apostolo: «Serviva il suo padrone carnale non come se obbedissse al suo sguardo ma, sottomessa a ogni suo ordine, quasi servisse Dio davanti agli occhi di tutti». E il suo padrone, che era pagano, ne ammirava la dedizione provando un grande rispetto per la sua religiosità.

Un giorno Eusebio la condusse con sé in un viaggio in nave verso le Gallie per consegnare alcune mercanzie. Giunto a capo Corso, scese dall’imbarcazione insieme con i suoi uomini per partecipare a un sacrificio. Mentre si trovavano a terra, qualche marinaio troppo chiacchierone raccontò a un magistrato romano, Felice Sassone, che sulla nave vi era una cristiana che irrideva agli dei.

Felice convocò Eusebio domandandogli: «Perché non tutti quelli che viaggiano con te sono scesi per rendere onore ai nostri dei? Sento dire che c’è lassù una fanciulla che irride al nome dei nostri dei».

«Quella fanciulla» rispose Eusebio «non sono riuscito ad allontanarla dal culto o dalla superstizione dei cristiani: neppure con le minacce ho potuto indurla alla nostra religione. E se i suoi fedelissimi servizi di schiava non mi fossero necessari, l’avrei già sottoposta a diverse pene.»

«O la costringi a rivolgere preghiere ai nostri dei o ti darò quattro mie schiave che ti soddisferanno di più,» gli propose Felice «oppure dammela al prezzo che vorrai stabilire.»

Ma Eusebio rispose: «Tutto il tuo denaro non vale il servizio di quella schiava».

Allora Felice architettò un piano per catturarla: preparò un banchetto facendo ubriacare Eusebio che si addormentò profondamente. E subito dopo un gruppo di pagani salì sulla nave trascinando Giulia sulla spiaggia.

Il magistrato tentò in tutti i modi di farla sacrificare: le promise di affrancarla, ma nulla ottenne; la schiaffeggiò, le fece strappare i capelli e flagellare. Ma Giulia non cedeva gridando: «Esalto colui che per me è stato straziato sotto la sferza. Infatti se il mio Signore per me è stato coronato di spine e ha riportato il trofeo della croce, perché io, a causa della debolezza dei miei capelli, anche per il vessillo di questa fede, non dovrei sostenere la lotta di questa passione, in modo da meritare di giungere alla palma del martirio?».

Alla fine Felice la fece crocifiggere. Quando Giulia morì si vide una colomba uscire dalla sua bocca e volare verso il cielo. Per questo motivo la colomba e la croce sono nell’iconografia suoi attributi. In un capitello del XII secolo di scuola antelamica, conservato nel Museo Cristiano di Brescia, la martire appare su un lato crocifissa mentre la colomba sta volando nella mano del Signore; su un altro lato tiene un’enorme croce in mano, circondata da una badessa e da due monache.

Dopo la morte il Signore rivelò il luogo dove giaceva il corpo della martire a una congregazione di monaci dell’isola Gorgona, che salirono su una nave e grazie al vento favorevole giunsero in un battibaleno a capo Corso. Trovato il corpo, ripresero la via del ritorno che riuscirono a ripercorrere con prodigiosa rapidità nonostante il vento contrario. Mentre navigavano incrociarono un’imbarcazione dei monaci dell’isola Capraia che osservarono stupiti quella nave capace di vincere la violenza del vento contrario. Avvicinatisi pieni di curiosità, seppero della santa e della sua storia perché sulla nave gli angeli avevano miracolosamente deposto la Passio del suo martirio che avevano composto. Chiesero ed ottennero la benedizione delle reliquie e poi ritornarono contenti alla loro isola.

Giunti alla Gorgona, i monaci che custodivano il suo corpo lo spalmarono con aromi sistemandolo in un monumento.

Così termina la Passio che è stata rappresentata da un anonimo pittore del XIV secolo in una tavola nella sala magistrale della Confraternita livornese dedicata alla santa. Ma qual è la verità storica? Cristina Quartarone suggerisce in un suo saggio, Santa Giulia (Livorno 1984), di partire dall’esame della Passio di cui il nucleo centrale, cioè l’interrogatorio e la crocifissione, è la redazione originaria: ha lo stile degli Atti scritti prima di Costantino dove le professioni dei martiri sono ardenti di fede e umili, mentre nelle Passiones successive all’Editto di Costantino il santo sfida il persecutore e compie miracoli e prodigi che provocano la conversione di guardie e soldati. Niente del genere si trova in questa storia. Inoltre, sulla scia del Lanzoni, la Quartarone sostiene che il martirio risale all’epoca di Diocleziano anche perché «l’atteggiamento di Eusebio riporta all’epoca di Diocleziano, quando serpeggiava fra gli stessi pagani una certa ammirazione per la nuova religione, che stava proprio per questo motivo divenendo pericolosa per l’Impero».

Quanto al luogo del martirio, si pensa non senza fondamento che Giulia non sia mai giunta in Corsica da viva. Probabilmente era la Giulia le cui reliquie si veneravano sul finire del IV secolo a Cartagine, nella basilica di Fausto, insieme con quelle di Florenzio, Gennaro, Giusta e Catulino: martiri ricordati da sant’Agostino in un sermone, In natale Catulini, e venerati nel Calendario Cartaginese del VI secolo al 15 luglio.

Ma per quale motivo nel Martirologio Gerominiano, così come in altri, si legge al 22 maggio, festa della santa poi recepita dal Martirologio Romano, «In Corsica insula Passio Sanctae Juliae»? La risposta ce la offre la stessa struttura della Passio dove il nucleo riflette probabilmente una tradizione orale cartaginese mentre il resto risale ad un’epoca successiva, dopo che il corpo, o forse soltanto la sua memoria, fu portato in Corsica e infine alla Gorgona.

Nel 439 i Vandali invasero l’Africa distruggendo Cartagine: in quell’occasione molti cristiani, perseguitati dalla popolazione barbarica che era ariana, fuggirono attraversando il mare. Vi è una tradizione sicura che conferma come parecchi di loro sbarcarono in Sardegna e in Corsica. Probabilmente quei cristiani portarono con loro le reliquie o la memoria di santa Giulia in Corsica dove a poco a poco nella tradizione popolare si cominciò a narrare che la giovane donna era giunta in quei luoghi per morirvi martirizzata. Un agiografo del V secolo aggiunse poi i particolari della schiavitù sotto Eusebio e altri amplificarono il suo martirio aggiungendo anche il nome del persecutore, Felice.

L’estensore anonimo della Passio si ispirò per l’antefatto del racconto, scritto per spiegare come la giovane donna fosse giunta da Cartagine, a una lettera di Teodoreto di Ciro, vescovo della città fino al 449, e che in epoca vandalica aiutò i profughi cartaginesi. Nella lettera (PG LXXXIII, col. 1240), indirizzata ad Eustazio, antiste di Aegas, raccomandava una giovane e nobile cartaginese, di nome Maria, che era giunta schiava con una sua ancella a Ciro, dov’era stata riscattata. Da Ciro si era imbarcata per Aegas da dove voleva trasferirsi in Occidente alla ricerca del padre che era diventato prefetto. Quell’Eustazio raccomandò a sua volta la giovane a un mercante che la condusse con sé. Il mercante si trasformò poi nella fantasia dell’agiografo corso nell’Eusebio leggendario mentre Maria diventava nuovamente schiava col nome di Giulia.

Quanto all’identità del personaggio che interroga e condanna, i martirologi ricordano un certo Barbaro che fu preside della Sardegna e della Corsica proprio sotto Diocleziano come ho spiegato nel capitolo dedicato a san Gavino. Accanto a lui compare un preside di nome Felice a partire dal 319. Il soprannome Sassone viene a sua volta spiegato come «originario di Sago», città della Corsica: sicché si può congetturare che l’estensore della Passio si sia ispirato a un personaggio realmente esistito.

Nel VII secolo le sue reliquie vennero traslate in terraferma a Brescia per volontà di Ansa, la moglie del re longobardo Desiderio. Il culto di santa Giulia era giunto fino al Nord perché Desiderio, prima di diventare re, era stato duca di Lucca, la capitale della Tuscia, dove aveva conosciuto la storia della martire diffusa in terraferma dai monaci della Gorgona e della Corsica che transitavano dal Porto Pisano. Quel porto, primo nucleo dell’abitato su cui poi i Medici fondarono Livorno, serviva tutto l’entroterra pisano-lucchese: vi approdavano navi di tutto il mondo, comprese quelle che giungevano dall’Oriente. Non a caso proprio Adelchi, figlio di Desiderio, venne ad imbarcarsi dopo la sconfitta al Porto Pisano per rifugiarsi a Costantinopoli.

Vi approdavano e partivano anche pellegrini che si recavano alla Gorgona oppure a Nonza, in Corsica, dove secondo la tradizione era stata martirizzata la santa, alla quale si attribuivano molti miracoli.

Quando Desiderio diventò re dei Longobardi volle accontentare la moglie che gli aveva chiesto le reliquie per il monastero delle Benedettine di San Salvatore, a Brescia, di cui era badessa sua figlia Angelberga: un monastero che avrebbe poi ospitato, fino alla morte, l’altra figlia di Desiderio, Ermengarda, dopo il ripudio di Carlomagno. Le reliquie furono custodite nella chiesa del Santo Salvatore, che il re e la regina vollero erigere presso l’omonimo monastero e che fu consacrata nel 763 da Paolo I. Il 17 dicembre 1600 le reliquie furono traslate nella nuova chiesa di Santa Giulia, costruita accanto a quella del Santo Salvatore, e sistemate sotto l’altar maggiore del nuovo tempio. Oggi, dopo una serie di peregrinazioni, sono custodite nel nuovo seminario di Brescia, intitolato a Maria Immacolata.

Durante la traslazione le reliquie giunsero al Porto Pisano che si trovava sull’orlo meridionale del Sinus Pisanus, una laguna situata, secondo Alberto Simonini che ne scrisse sul «Notiziario Filatelico» del dicembre 1971, là dove ora c’è la Fortezza Nuova. Il passaggio delle reliquie suscitò una grande emozione tant’è vero che santa Giulia fu eletta patrona del Porto Pisano e le fu dedicato un altare nella pieve di Santa Maria di Trebialdule, dove esse avevano sostato. La chiesa, poi chiamata di Santa Maria e Giulia, sorgeva dove ora è via Grande allo sbocco di via di Santa Barbara: fu inglobata nel 1581 nel primo Duomo livornese che, bombardato nell’ultima guerra, venne poi abbattuto nel 1953.

Il culto della martire si trasmise alla nuova città medicea di Livorno, che unì il villaggio di Liburna all’abbandonato Porto Pisano; sicché santa Giulia, le cui reliquie erano rimaste alla Gorgona per due secoli e in quei luoghi erano soltanto transitate, è diventata la patrona principale della città. Ma è anche patrona degli ammalati di reumi agli arti, ed è invocata particolarmente nelle malattie delle mani e dei piedi forse a memoria delle ferite inflittele nella crocefissione.