Il Beato Giovanni Colombini, nato a Siena nel primo quarto del XIV secolo, è stato un mercante di successo prima di convertirsi a una vita di povertà e dedizione religiosa. La sua trasformazione spirituale ebbe inizio quando sua moglie, in segno di disapprovazione per la sua avarizia, gli regalò una biografia di santi. Profondamente colpito dalla lettura, Giovanni iniziò a distribuire i suoi beni ai poveri, cosa che inizialmente suscitò lo sgomento tra i suoi concittadini. Fondò l'ordine religioso dei Gesuati, che si dedicava alla preghiera e al lavoro manuale, vivendo in povertà e assistendo gli ammalati. Questo nuovo ordine fu approvato nel 1367 da Papa Urbano V. Interessante è notare che, nonostante il nome, i Gesuati non erano un ordine mendicante come i Francescani o i Domenicani, ma vivevano del loro lavoro, mantenendo un'indipendenza economica. Giovanni morì il 31 luglio 1367, e la sua festa liturgica viene celebrata il 31 luglio.
Il fondatore dell’Ordine dei Gesuati poi soppresso nel 1668, era un ricco mercante di stoffe nella Siena del XIV secolo che si convertì grazie alla lettura della Leggenda Aurea di un altro beato, Jacopo da Varagine
Era quasi l’ora di pranzo del 2 luglio 1355: messer Giovanni Colombini, un ricco mercante di stoffe a Siena, la cui famiglia era appartenuta al Monte dei Nove partecipando spesso al governo della città, era seduto a tavola. Aveva appena compiuto cinquantuno anni e si sarebbe dovuto sentire soddisfatto: la moglie Biagia della nobile famiglia dei Cerretani gli aveva dato due figli, Niccolò e Angiolina; gli affari andavano bene, le proprietà a Siena e nel contado aumentavano. Eppure Giovanni era inquieto: la sua sicurezza s’era a poco a poco sfaldata con la peste del 1348. Che valeva affaccendarsi tanto se bastava un bubbone per mandarti all’altro mondo? E due anni dopo, in occasione del giubileo del 1350, aveva osservato con ammirazione, ma anche con una strana stretta al cuore, il passaggio dei pellegrini che si fermavano nelle chiese a pregare con devozione.
Biagia, che era un poco in ritardo in cucina, gli mise sulla tavola un libro, la Leggenda Aurea, perché in attesa del pranzo si distraesse leggendo una delle tante vite di santi di quell’opera che Jacopo da Varagine, festeggiato il 14 luglio, aveva scritto verso la metà del secolo precedente non immaginandosi che in pochi decenni sarebbe diventata uno dei testi più popolari del tardo medioevo.
Il beato Jacopo, che era nato nel 1226 a Genova da una famiglia originaria di Varazze, era entrato nell’Ordine dei Domenicani dedicandosi all’insegnamento e alla predicazione. Fu poi nominato priore del convento genovese e infine provinciale della Lombardia che a quel tempo comprendeva tutta l’Italia settentrionale. Rimase in carica per quindici anni, con un solo intervallo di quattro, finché nel 1287 chiese di essere esonerato per potersi dedicare interamente agli studi e alle pratiche monastiche. Già aveva scritto in latino la Leggenda Aurea e si preparava a scrivere una serie di opere, dai Sermones alla Cronaca della città di Genova dalle origini fino al 1297. Ottenuto l’esonero, già stava pregustando una vita più ritirata e contemplativa quando il papa Niccolò IV gli diede l’incarico di riconciliare la città di Genova con la Santa Sede: negoziato che venne condotto con tale tatto che alla sua positiva conclusione papa Niccolò IV gli affidò il governo della diocesi. Fu un vescovo esemplare: oltre a riformare la diocesi, riuscì a disarmare nel 1295 le fazioni dei Guelfi e Ghibellini che insanguinavano la città. Morì nella notte fra il 13 e il 14 luglio del 1298. Il suo corpo fu seppellito prima nel coro di San Domenico, poi nel 1592 sotto l’altar maggiore della chiesa dalla quale fu traslato nel 1798 — quando i rivoluzionari francesi cacciarono i Domenicani dal convento — in Santa Maria in Castello, dove i suoi resti sono venerati tuttora nella cappella di Santa Rosa a sinistra dell’altar maggiore. Il culto, tributato ininterrottamente dall’Ordine domenicano, da Genova e da Varazze, è stato approvato formalmente da Pio VII nel 1816.
Messer Giovanni, forse affamato e innervosito dalle tante preoccupazioni del lavoro, prese la Leggenda Aurea scaraventandola per terra. Biagia fece finta di niente anche se le dispiaceva per quel bel volume che teneva sempre sul cassettone accanto al letto: continuò a sfaccendare con la domestica intorno ai fornelli.
Intanto il marito, che s’era pentito del suo gesto, aveva raccolto il libro e, dopo averne ricomposto i fogli sgualciti, ne stava leggendo qualche pagina. Era la prima volta che lo apriva anche se ne aveva sentito parlare in famiglia fino alla noia. Gli era capitata una santa orientale, Maria Egiziaca, chiamata anche la peccatrice perché si era prostituita per diciassette anni. Aveva cominciato da ragazzina, fuggendo di casa da un paesino egiziano per andare ad Alessandria. Un giorno, aveva ormai ventinove anni, vedendo dei pellegrini che s’imbarcavano per Gerusalemme, decise di partire anche lei in cerca di nuove avventure. Ai marinai che le chiedevano se avesse il denaro per il viaggio rispose che li avrebbe pagati con il suo corpo.
Messer Giovanni si era talmente appassionato a quella storia che non sentiva più i morsi dell’appetito. Ecco, ora Maria giungeva a Gerusalemme e si avviava con gli altri pellegrini fino alla basilica dove in quel giorno si stava celebrando la festa della Croce. Ma nella chiesa non riusciva ad entrare: ogni volta che tentava di varcarne la soglia una forza invisibile e invincibile glielo impediva. Ritornata alla locanda dove alloggiava, comprese che era il suo stato spirituale a escluderla; e proprio in quel momento vide su un muro della via cui si era affacciata un’immagine della Vergine. Cadde in ginocchio scongiurandola perché le ottenesse il perdono e promise che avrebbe rinunziato al mondo e vissuto in castità. Fu esaudita e poté entrare finalmente nella chiesa a venerare il legno della Croce. Poco dopo, uno sconosciuto le diede tre denari d’argento con cui comprò tre pani. Ma i prodigi non erano ancora finiti: una voce misteriosa le ordinò di attraversare il Giordano, di là dal quale avrebbe trovato la salvezza. Maria obbedì giungendo nel deserto dove visse per quarantasette anni senza incontrare anima viva e nutrendosi di quei tre pani che miracolosamente non diminuivano.
Un giorno Zosimo, uno ieromonaco di una laura palestinese, si recò nel deserto per trascorrere, come si usava allora, una parte della Quaresima; e vide ad un tratto una donna anziana dalla pelle rinsecchita e abbronzata dal sole, che era vestita soltanto della sua lunga e bianca capigliatura: era Maria. Questa descrizione ispirò pittori e scultori che la rappresentarono spesso avvolta nella lunga capigliatura, come la Maria Maddalena con cui spesso si confonderebbe se non tenesse in mano i tre pani della leggenda.
Subito la donna cominciò a fuggire, e Zosimo a correrle dietro; finché la santa non gli disse: «Abate Zosimo, perché mi segui? Perdonami, ma io non posso voltarmi perché sono donna e nuda: gettami il tuo mantello perché possa guardarti senza vergogna».
Dopo essersi reciprocamente benedetti cominciarono a pregare insieme: ed ecco che improvvisamente Maria, di cui il monaco non conosceva ancora il nome, levitò nell’aria. Allora Zosimo temette di trovarsi davanti a un’apparizione diabolica che voleva trarlo in inganno. Ma la santa, che gli aveva letto nel pensiero, gli disse: «Dio ti rassicuri perché hai creduto me, povera donna peccatrice, uno spirito immondo» e gli narrò la sua storia.
Giunta al termine del racconto, Maria lo pregò di ritornare l’anno seguente, la sera del Giovedì Santo, in un luogo sulle rive del Giordano per portarle l’Eucarestia. Zosimo mantenne la promessa e si presentò sulla riva del fiume dove lo raggiunse la santa camminando miracolosamente sulle acque.
Passò un altro anno e Zosimo tornò su quella riva del Giordano dove trovò Maria morta, rivestita ancora del mantello che le aveva donato. Accanto alla testa una scritta sulla terra diceva: «Padre Zosimo, sotterra il corpo dell’umile Maria; restituisci alla terra ciò che è della terra, aggiungi polvere a polvere ed in nome di Dio prega per me; sono morta nel mese di pharmouthi, secondo gli egiziani, che corrisponde all’aprile dei Romani, la notte della Passione del Salvatore, dopo aver partecipato al pasto mistico». Sicché il monaco capì che era morta l’anno precedente, dopo l’ultimo incontro. Quell’indicazione ispirò ai vari calendari, come data della festa, uno dei primi giorni di aprile mentre in Occidente prevalse il 2 sulla scia di quello dell’Usuardo.
Ora il monaco doveva seppellirla ma non aveva altro utensile che un pezzo di legno con cui cominciò a scavare faticosamente finché si accorse di avere al suo fianco un leone. Il quale non soltanto si comportò pacificamente ma, su richiesta di Zosimo, si mise a scavare in breve tempo una fossa dove Maria trovò finalmente sepoltura.
Questa leggenda, raccontata per la prima volta dal vescovo Sofronio di Gerusalemme è, secondo il Delehaye, «una creazione poetica, senza dubbio fra le più belle che abbia lasciato l’antichità cristiana». Ma non è del tutto immaginaria perché il suo nucleo era stato raccontato nella Vita di Ciriaco da Cirillo di Scitopoli a proposito di una solitaria palestinese che era realmente esistita e sulla cui tomba si era formata la leggenda di una peccatrice, cantora della Sant’Anastasis di Cristo a Gerusalemme, che dopo il pentimento si era ritirata con una brocca d’acqua e un cesto di fave lessate nel deserto, dove l’avevano trovata l’autore e un suo compagno.
Messer Giovanni parlò poco durante il pranzo: rimuginava quella storia di spoliazione totale che era anche comunione totale. Che fosse successo qualcosa di serio in lui se ne accorsero presto i familiari vedendo che trascorreva ore e ore nelle chiese a pregare e distribuiva molte sue sostanze ai poveri. Con l’andar del tempo Giovanni moltiplicava le sue umiliazioni fino al famoso episodio del lebbroso ricoverato nel letto matrimoniale: giunse persino a sorseggiare come una bevanda squisita l’acqua usata per lavargli le piaghe. Sua moglie, che pur era pia e aveva pregato a lungo perché fosse più caritatevole, cominciò a spazientirsi. «Tu pregavi Iddio» le rispose un giorno Giovanni «che io diventassi caritatevole, e dessemi alla virtù, e per questo ancora facevi fare orazione a’ suoi servi; e ora ti sa male che io satisfaccia un poco per la mia avarizia e per gli altri miei peccati!». E madonna Biagia: «Io pregavo che piovesse ma non che diluviasse!».
Nel 1363 gli moriva a soli dodici anni il figlio Niccolò. E fu quello il momento per la decisione più drastica che egli prese col nobile Francesco di Mino de’ Vincenti col quale praticava da qualche anno penitenze e servizio dei poveri: nello stesso anno entrambi affidarono le loro figliole al monastero di Santa Bonda e distribuirono tutti i loro averi. Giovanni Colombini li divise fra il monastero di Santa Bonda, l’Ospedale della Scala e la Compagnia della Madonna sotto l’ospedale con l’onere per il monastero e la Compagnia di provvedere alla moglie e alla cameriera. Presto si unirono a loro alcuni nobili senesi, tra cui Bartolomeo Piccolomini con i figli Bindo e Alfano. Nasceva così il primo nucleo dei Gesuati, come li chiamava il popolo colpito dalla loro frequente invocazione del nome di Gesù nelle preghiere e nelle prediche. «Io tengo questa opinione» soleva dire il Colombini «che le virtù sono mancate perché è mancato il parlare di Gesù.» Il culto per il nome di Gesù, inteso nel senso che tutto dipende dall’amore verso e nel Cristo e che chi ama il Cristo vive perfettamente, risaliva alle Meditationes vitae Christi di san Bernardo da Chiaravalle, ma aveva cominciato a diffondersi qualche decennio prima della conversione del Colombini grazie al beato Enrico Susone, discepolo di Maestro Eckhart, che lo considerava segno di alleanza mistica e del matrimonio spirituale con la saggezza eterna. Ma in Italia fu Giovanni con i suoi compagni a diffonderne la devozione. «Chi ha Cristo ha ogni bene» scriveva in una lettera; «la perfezione non sta nella grande penitenza, ma sta nel trovare Cristo e nell’esaltare il suo Santissimo Nome.» Per amarlo lo strumento principale era la povertà intesa non soltanto come distacco dai beni materiali ma anche come spoliazione del proprio io fino all’umiliazione estrema che spesso si esprimeva in forme teatrali, come ad esempio il farsi trascinare con la corda al collo o cavalcare l’asino rivolti verso la coda. Questi atteggiamenti li fecero definire «i pazzi di Dio».
Grande importanza avevano per il beato Colombini le «aspirazioni devote», atti d’amore che, sulla scia dell’insegnamento di san Bonaventura, favorivano l’unione con Dio. Da quell’unione amorosa nasceva come necessaria conseguenza l’amore per il prossimo: spiegava nelle sue lettere che il suo desiderio era di vivere e di trasformarsi negli altri in comunione col Cristo.
La Compagnia del beato Colombini si allargava a macchia d’olio attirando molti esponenti della nobiltà senese e suscitando preoccupazioni politiche perché si temeva che quel gruppo potesse fomentare rivolte; sicché i Signori Dodici di Siena li misero al bando. Ma dovettero ravvedersi presto richiamandoli in patria quando si persuasero che il movimento era soltanto religioso. Intanto le missioni dei Gesuati si erano allargate a tutta la Toscana e a parte dell’Umbria.
Nel 1367 Giovanni convinceva una sua cugina, la beata Caterina Colombini, a rinunziare al mondo. Dopo aver distribuito le ricchezze ai poveri e ricevuto l’abito religioso dal beato Colombini, la donna visse ritirata con altre giovani nella propria casa pregando, assistendo i malati e procurandosi il vitto con il lavoro e l’elemosina. Nacquero così le Povere Gesuate della Visitazione della Madonna, estintesi nel 1872. La beata Colombini, che morì il 20 ottobre 1387, fu venerata nell’Ordine dei Gesuati, ma oggi il suo culto è scomparso completamente.
II 4 giugno dello stesso anno papa Urbano V, tornando da Avignone, sbarcò nel porticciolo di Corneto dov’era andato ad accoglierlo e a rendergli omaggio il beato con alcuni suoi compagni che nei giorni precedenti avevano lavorato ad approntare le armature per l’attracco delle navi pontificie. Lo festeggiarono all’arrivo con corone di olivo sul capo e rami in mano al grido di: «Viva Gesù, viva papa Urbano, Vicario di Gesù Cristo!». Ma il papa diede loro udienza soltanto a Toscanella dove, appurato che non erano infetti di eresia come i Fraticelli che proliferavano in quel periodo, approvò il loro genere di vita e li fece rivestire a sue spese di una tunica bianca e di un manto scuro, dando loro la Regola di sant’Agostino e come protettore il cardinale di Avignone, suo fratello.
All’approvazione Giovanni Colombini sopravvisse poche settimane: dopo aver accompagnato il papa fino a Viterbo, lui e i suoi compagni presero la via di Siena, ma a Bolsena il beato fu colpito da un’improvvisa e altissima febbre che andò aggravandosi. Trasportato all’abbazia del Santissimo Salvatore ad Acquapendente, morì il 31 luglio 1367: aveva sessantacinque anni. Il suo corpo fu poi trasportato al monastero di Santa Bonda e tumulato nella chiesa esterna del monastero di Sant’Abundio, dove venne poi tumulata anche la moglie Biagia in abito monastico.
Giovanni Colombini non ebbe alcuna beatificazione formale, ma Gregorio XIII volle che fosse inserito nel Martirologio Romano al 31 luglio. Quanto ai Gesuati, che sotto la protezione del loro patrono, san Girolamo, avevano dedicato la loro chiesa a Siena, modellarono gli statuti secondo la Regola benedettina e soltanto nel 1426 ritornarono a quella originaria, l’agostiniana, attribuita loro da papa Urbano V. Si vestivano con una talare bianca, stretta ai fianchi da una cinghia di pelle, con un cappuccio bianco quadrato e un mantello grigio. Nel 1449 Alessandro, dopo aver stabilito che l’Ordine si chiamasse da allora in poi «Gesuati di san Girolamo», ordinò che nessun Ordine o Congregazione potesse costruire e dedicare chiese a san Girolamo dove esistessero già quelle dei Gesuati. I quali facevano i tre voti di povertà, castità e obbedienza sotto la protezione di Agostino, non dicevano l’ufficio divino né quello della Madonna, ma centosessantacinque Pater noster e centosessantacinque Ave Mariadistribuiti nelle varie ore del giorno. Dovevano però radunarsi tre volte tra giorno e notte per dire queste orazioni insieme; e due volte al giorno, all’aurora e a un’ora di notte, cioè un’ora dopo il tramonto, si disciplinavano nell’oratorio e per due volte al giorno, accesa una candela sull’altare, pregavano per la Chiesa universale, per i benefattori e per i defunti. Ascoltavano la messa ma non la celebravano perché fino al 1606 non furono ordinati sacerdoti. Avevano tutte le cose in comune e una sola chiave apriva tutte le porte, comprese quelle delle celle e della dispensa.
Dal beato Giordano del Sasso, successore di san Domenico, mutuarono il loro motto: «Il giorno al prossimo, la notte a Dio». Nelle continue pestilenze di quegli anni si dedicarono ad assistere i malati e a seppellire i morti. Si erano specializzati anche nella confezione di alcuni medicinali e dell’acquavite tanto da essere soprannominati «i padri dell’acquavite». Andavano scalzi, con zoccoli di legno.
Poi la disciplina cominciò ad allentarsi: adottarono le scarpe ed il cappello, cominciarono ad accumulare privilegi finché Clemente IX il 6 dicembre 1668 fu costretto a sopprimere l’Ordine che si era ormai allontanato dall’insegnamento e dall’esempio del beato Giovanni Colombini. Il loro nome si scolorì a poco a poco nel ricordo, e se oggi ancora riappare con evidenza a Venezia, lo si deve alla celebre chiesa dei Gesuati alla Giudecca, che fu tuttavia costruita dopo la loro soppressione ma venne così chiamata perché sorse, grazie ai Domenicani che erano loro succeduti, nell’area dove si trovava il loro monastero che esiste ancora adesso insieme con la chiesa di Santa Maria della Visitazione, un capolavoro dell’architettura sacra rinascimentale.
Beato Giovanni Colombini si festeggia il 31 luglio