Nome
Beata Filippa Mareri
Titolo
Fondatrice
Nascita
fine del XII secolo - Petrella Salto nel Cicolano
Morte
16/02/1236 - Borgo San Pietro, Abruzzo
Ricorrenza
In breve

La Beata Filippa Mareri è stata una religiosa italiana del XIII secolo, nata in un piccolo villaggio nei pressi di Rieti. Considerata una delle prime seguaci di San Francesco d'Assisi, Filippa si distinse per la sua devozione e il suo stile di vita ascetico. Rinunciò alla vita agiata che avrebbe potuto condurre, in quanto proveniva da una famiglia nobile, per dedicarsi completamente alla vita religiosa. La sua fama di santità si diffuse rapidamente, tanto che molte giovani donne si unirono a lei, formando una comunità che seguiva la regola francescana. Nonostante non sia mai stata formalmente canonizzata, Filippa Mareri è venerata come beata e il suo culto è stato confermato da Papa Benedetto XIV nel 1743. La sua memoria liturgica si celebra il 16 febbraio. Una delle curiosità legate alla sua figura è che, secondo alcune testimonianze, Filippa avrebbe ricevuto le stimmate, segni corporei simili a quelli delle ferite di Cristo sulla croce, fenomeno rarissimo e di grande rilievo nella tradizione cristiana.

Discepola di san Francesco d’Assisi, Filippa che apparteneva alla potente famiglia reatina dei baroni Mareri, rifiutò di maritarsi e volle fondare un monastero sulla scia di quello delle Dame di San Damiano in una villa intorno a cui si sviluppò Borgo San Pietro 

Il duecentesco monastero di santa Filippa Mareri non esiste più, è scomparso nel 1940 sotto il lago artificiale del Salto, in provincia di Rieti, che ha sommerso l’antico abitato di Borgo San Pietro. Oggi sopra il paese, ricostruito sulla riva, si vede il nuovo monastero dove la cappella originaria, che custodisce le reliquie della santa, è stata ricomposta con le stesse sue pietre e con gli affreschi staccati e poi riapplicati ai muri. Sopra l’altare centrale una scultura in legno raffigura Filippa Mareri che, giacente, con la fronte coronata da un diadema e da fiori, regge con la mano il giglio, segno della sua consacrazione al Signore. Una urna dorata racchiude la statua e le ossa della santa che furono riesumate il 6 ottobre 1706: in quell’occasione si scoprì il suo cuore intatto, ora custodito in un reliquario di argento.

Alle pareti della cappella si susseguono affreschi che vanno dal Trecento al Seicento, come quello di scuola giottesca dedicato alla Assunzione di Maria Vergine, nel primo riquadro a sinistra.

Nel sottarco che divide la cappella in due settori e ne sorregge le volte a vela un pittore del Cinquecento raffigurò alcune scene della sua vita. Era nata nel 1200 nel castello di Mareri, ora frazione di un paese non lontano dal lago, Petrella Salto. Il padre, il barone Rainaldo Mareri, capostipite della omonima famiglia, dominava sul territorio circostante, il Cicolano, dove possedeva terre e castelli. La madre, Imperatrice, discendeva anche lei da una famiglia di baroni che dominavano la parte più alta del Cicolano.

Una notte, mentre era incinta di Filippa, le apparve in sogno un pellegrino che le porgeva una palma fiorita per poi riprenderla subito dopo. S’interpretò quel sogno come un avvertimento del Signore che alludeva alla chiamata religiosa della prossima figlia.

Un altro fatto straordinario accompagnò la nascita di Filippa, che era la secondogenita: la madre non provò alcun dolore al momento del parto.

La bimba crebbe serenamente fino a diventare una bella giovane che i genitori pensavano di maritare presto con qualche nobile dei dintorni. Ma un giorno Filippa rivelò alla madre che si era consacrata al Signore con un voto di castità. Era una scelta maturata nel tempo grazie anche all’incontro con Francesco d’Assisi che era giunto nella baronia dei Mareri durante uno dei frequenti viaggi di predicazione. Il santo, avendo saputo della sua vocazione, le aveva narrato la storia di Chiara che era fuggita dalla casa paterna rifiutando le nozze volute dai i genitori: ora viveva in San Damiano con altre sorelle. Per meditare sulla Sacra Scrittura e approfondire problemi di vita spirituale e ascetica Filippa, che sapeva leggere e scrivere, aveva imparato anche il latino. Non era dunque una sprovveduta.

I genitori, pensando che il rifiuto del marito fosse dovuto a una crisi passeggera destinata a superarsi col tempo, non si preoccuparono più di tanto: bastava aspettare con un poco di pazienza. Non furono delusi nelle loro speranze perché vennero presto a mancare entrambi nel 1220.

Il fratello maggiore Tommaso, che aveva ereditato il feudo e il titolo di barone, reagì invece con durezza: sicché le discussioni fra la sorella e il fratello si facevano di giorno in giorno più preoccupanti.

Verso il 1224 Filippa decise di allontanarsi da Mareri per sottrarsi a quella persecuzione morale psicologica, trasferendosi via via in altri castelli. Ma dappertutto trovava parenti e persino servi che la trattavano con poca simpatia facendola penare. Fortunatamente la confortava periodicamente Francesco quando si trovava di passaggio nella baronia dei Mareri. E quando il santo non poté più visitarla a causa delle sue condizioni fisiche le mandò i suoi discepoli: dopo la sua morte toccò a Ruggero da Todi seguirla nel suo cammino spirituale.

Mentre Filippa dimorava in uno dei castelli della famiglia, quello di Rocca Sinibalda, si recava qualche volta fino al borgo sottostante per soccorrere poveri e malati. Il fratello, forse temendo che fuggisse o potesse disonorare la famiglia con un comportamento inadatto al suo rango, le proibì di scendere in paese. Ma una notte la giovane, vedendo un poveretto che, tremante dal freddo, aspettava l’elemosina alla porta del castello, non poté trattenersi e, raccolto un po’ di cibo, scese per le scale. Tommaso, che proprio in quei giorni si era trasferito temporaneamente a Rocca Sinibalda e la stava spiando, le venne incontro domandandole che cosa mai portasse nel grembiule piegato. E la donna rispose: «Porto rose»: come dimostrò aprendolo. Lo stesso episodio è narrato in tante altre vite di sante medievali, da Rosa da Viterbo a Zita di Lucca, sicché si tratta di un topos agiografico da accogliersi forse più come metafora della carità della protagonista che come episodio reale.

Nel 1225 accadde un altro episodio di cui parlano Tommaso da Celano e altri storici francescani. Nell’estate di quell’anno Francesco si trovava nella valle di Reti per curare la cecità quasi totale che lo affliggeva. Un giorno, mentre dimorava a Fontecolombo, l’oculista salì, come di consueto, al convento per curarlo. Dopo la visita il Santo pregò i confratelli di preparargli il pranzo. «Padre,» gli risposero «te lo confessiamo con vergogna: siamo così poveri che non osiamo offrirgli quei miseri avanzi che abbiamo.» «Uomini di poca fede,» esclamò Francesco «non mi fate ripetere l’ordine». A sua volta il medico, commosso, disse: «Fratello, proprio perché siete tanto poveri, mangerò più volentieri insieme con voi». Quell’oculista era ricchissimo e, sebbene Francesco e i suoi compagni l’avessero ripetutamente invitato a mangiare con loro nel passato, mai aveva accettato prima di allora.

Quando si furono seduti a mensa, qualcuno bussò alla porta: era una donna che recava un cesto pieno di pane, pesci, pasticcio di gamberi d’acqua dolce, miele e grappoli d’uva colta di fresco. Era un dono inviato da una «signora» di un castello che distava dal romitaggio circa sette miglia. A quella distanza si trovava proprio Rocca Sinibalda.

Nell’estate del 1227 il fratello Tommaso dovette assentarsi per raggiungere l’esercito di Federico II che si stava radunando a Bari per la crociata. Era l’occasione favorevole per una fuga: nell’estate di quell’anno Filippa si tagliò le trecce con un gesto simbolico che indicava la sua definitiva rinuncia al mondo. Poi, coperto il capo con uno scialle per non insospettire i servi, uscì dal castello accompagnata dalla nutrice e da alcune fidate ancelle e si diresse verso un monte della catena delle Serre, in prossimità di Mareri. Su un piccolo rialzo, all’interno di una grotta, si accampò con tutta la comitiva. In attesa di poter seguire l’esempio della Dame di San Damiano, indossò una tunica con una cintura ai fianchi, segno di consacrazione al Signore. Poi chiamò dei muratori e artigiani perché costruissero una casetta con poche stanze, simile a quelle che aveva visto nei conventi francescani di Rocca Sinibalda o Belmonte. E siccome mancava l’acqua, si rivolse al Signore che l’accontentò facendo sgorgare da una roccia una sorgente.

Quando Tommaso venne a sapere della fuga della sorella andò su tutte le furie, ma ormai era accaduto l’irrimediabile poiché lei, tagliandosi i capelli, si era consacrata al Signore riconoscendo nel vescovo della diocesi, che probabilmente era stato informato dei suoi piani e li aveva approvati, il padre e il superiore.

Quando fu tornato in patria decise, d’accordo con il fratello minore, di fare una proposta ragionevole alla sorella: poiché lei voleva vivere come le Clarisse di San Damiano, le assegnava come proprietà la chiesa di San Pietro con la villa di Casardita, che appartenevano alla famiglia, oltre a qualche altra proprietà e a lasciti che avrebbero garantito tranquillità economica alla nuova comunità religiosa. L’accordo fu siglato il 18 settembre 1228 in un atto notarile la cui copia è conservata ancora oggi nell’archivio del monastero. Filippa, che conosceva per diretta esperienza l’arroganza dei feudatari, volle anche evitare che in futuro, dopo la sua morte, qualche familiare potesse rivendicare diritti o servitù, mettendo in pericolo il monastero: sicché fece ratificare l’atto notarile sia dal vescovo di Rieti che dalla Curia Romana.

La Vita anonima della santa, scritta intorno al 1240-1250, ci narra che la comunità religiosa fiorì in breve tempo attirando molte giovani fra cui la stessa sorella di Filippa che rinunciò alle nozze ormai prossime. Risale a quel periodo il primo miracolo della santa. Una sua nipote, figlia del barone Ruggero, era fuggita di casa ritirandosi nel monastero. Ma il giorno seguente giunsero i suoi fratelli obbligando Filippa a restituirla. La santa si raccolse allora in preghiera: quando i rapitori ripresero il cammino di ritorno, la fanciulla divenne così pesante che nessuno riuscì più a smuoverla; e dopo una serie di inutili tentativi furono costretti a lasciarla là dove si era miracolosamente appesantita; sicché la giovane poté rientrare poco dopo nel monastero.

Filippa dava il buon esempio a tutte le altre monache sottoponendosi a penitenze severe per evitare tentazioni e dedicandosi nelle ore libere dalle preghiere a lavori manuali. Fiorirono intorno a lei anche molti miracoli che si eviterà di narrare perché assomigliano a tanti altri riscontrati nelle vite dei santi della stessa epoca, dalla moltiplicazione del grano a quella dei pani. Un tratto invece caratteristico di questa contemplativa fu la capacità di coniugare i doveri del chiostro con quelli della carità verso i poveri che soccorreva generosamente. Possedeva infine il carisma della profezia e sapeva leggere nei cuori dei suoi interlocutori, conoscendone i pensieri più nascosti.

Morì giovanissima, a trentasei anni, a causa delle privazioni e mortificazioni cui si era sottoposta sulla scia di Francesco. Tre giorni prima il Signore le predisse la morte. Proprio in quel momento una nube bianca e luminosa si posò sopra il monastero mentre il cielo era totalmente sereno. Frate Ruggero, direttore spirituale delle Clarisse, spiegò loro che in quella nube erano scesi dal cielo angeli e santi per preparare Filippa al viaggio celeste.

Era il 16 febbraio del 1236, giorno della sua festa. Nello stesso istante un francescano, Tommaso di Civitella d’Abruzzo, che proveniva dal Cicolano e qualche giorno prima del viaggio aveva visitato la Mareri già gravemente malata, stava pregando ad Assisi sulla tomba di Francesco quando una luce straordinaria illuminò a giorno la basilica. Poi vide «entrare con i sensi del corpo, a porte chiuse, in chiesa» narra la Vita «l’anima della badessa come per visitare il Signore e Padrone del suo maestro san Francesco; per poi subito felice e beata volarsene al cielo». Alla mattina seguente il religioso narrò l’episodio ai confratelli soggiungendo: «È morta Filippa». Qualche giorno dopo giunse la notizia dal monastero.

Nella stessa notte il barone Bernardo di Ocre, forse amico della Mareri se non parente, mentre stava tornando al castello di Collalto, dove si trovava da qualche giorno con tutta la famiglia, vide verso la parte della valle dov’era villa Casardita un globo di luce illuminare tutto il cielo e la terra: capì che era morta Filippa.

Sepolta nella chiesa del monastero, la santa compì negli anni seguenti molti miracoli finché papa Gregorio IX decise di recarsi fino al monastero per capire che cosa stesse succedendo. Fu poi istruito un processo canonico che si concluse con un decreto del pontefice successivo, Innocenzo IV, col quale si proclamava Filippa Mareri santa: decreto che venne bruciato nel 1242 durante le guerre che contrapposero il Pontefice a Federico II.

Che la baronessa Mareri fosse stata effettivamente proclamata santa lo dimostra l’ufficio liturgico composto da ignoti autori, da recitarsi «nella festa di santa Filippa, vergine», e la cui datazione a quel periodo è confermata indirettamente dal fatto che vi si parla di Chiara d’Assisi non ancora canonizzata. Inoltre fin dal secolo XIII è stata sempre effigiata con l’aureola, come ad esempio nella cattedrale di Rieti. Il suo culto pubblico e ininterrotto fu confermato da Pio VII nel 1806 per l’Ordine francescano e per le diocesi di Sulmona e Rieti.