San Famiano è stato un monaco errante vissuto tra il V e il VI secolo. La sua vita è avvolta nel mistero, ma si sa che ha compiuto numerosi pellegrinaggi attraverso l'Europa. Secondo la tradizione, Famiano era originario della regione dell'Asia Minore e avrebbe abbracciato la vita monastica dopo un'esperienza di conversione. La sua devozione lo portò a viaggiare incessantemente per diffondere la fede cristiana. In Italia, si stabilì temporaneamente in un eremo nei pressi di Città di Castello, in Umbria, dove si narra che avvennero alcuni miracoli. Il suo culto si è diffuso soprattutto nella regione toscana, dove è venerato come patrono di alcune località. La sua memoria liturgica è celebrata il 27 novembre. Il corpo di San Famiano riposa nella chiesa a lui dedicata a Gallese, nel Lazio. La sua figura è esempio di un cristianesimo itinerante e missionario, caratteristico dei primi secoli dopo Cristo, e continua a ispirare fedeli e religiosi nel cammino della fede.
Patrono di Gallese, dove morì durante un pellegrinaggio, san Famiano potrebbe essere eletto fra i patroni dei pellegrini perché partendo dalla sua Colonia visitò i principali santuari d’Europa e si recò persino a Gerusalemme
In una torrida giornata di luglio del 1150 un monaco cistercense camminava sulla via Amerina. Era giunto a circa due miglia da Gallese, una cittadina del Lazio settentrionale. Assetato da quella calura che soltanto le cicale osavano sfidare, cercava una sorgente per dissetarsi. In quel punto la strada passava per una leggera concavità che digradava verso la vicina valle del Tevere: una zona brulla, con pochi alberi e un rigagnolo secco scavato nel tufo.
Quardo — così si chiamava — era troppo stanco per continuare a camminare: si sedette su una sporgenza di tufo dove un alberello offriva un poco d’ombra. Sentendosi venir meno dalla sete, volse lo sguardo al cielo implorando aiuto dal Signore: poi col suo bordone da pellegrino percosse il suolo da cui miracolosamente zampillò una vena d’acqua freschissima. In quel luogo, che gli Atti in volgare chiamano Lojano e oggi è detto Fontanella di San Famiano, sorse poi una cappella che ingloba la sorgente e viene detta: «San Famiano a lungo» per distinguerla dalla basilica eretta sul sepolcro. L’acqua della fonte fu poi collegata a una rustica edicola addossata alla chiesetta, dove la si può attingere ancora oggi: un’acqua leggerissima che secondo i gallesi è un vero e proprio toccasana.
Il miracolo, che secondo i calcoli basati sugli Acta primaeva et antiqua sarebbe avvenuto il 17 luglio, viene ricordato ogni anno dalla popolazione con una processione fino a «San Famiano a lungo».
Dopo aver visitato le chiese dei dintorni Quardo entrò in Gallese, così detta perché secondo alcuni studiosi l’avrebbe fondata Haleso l’Argivo che dopo la presa di Troia si sarebbe trasferito in Italia con un gruppo di Greci. Secondo altri il suo nome deriverebbe da un drappello di Galli che invece di tornare al nord, dopo essere stati ricacciati da Camillo, si sarebbero stabiliti in quella cittadina costruita, come tante altre della zona, su una collina circondata da valloni.
Venne ospitato nella casa di un certo Ascanio al quale raccontò la sua storia. Era nato nel 1090 a Colonia, in una famiglia di ricchi e nobili tedeschi. I genitori, Gotescalco e Guimara, gli avevano imposto il nome di Quardo che dopo la sua morte, secondo l’anonimo compilatore della prima Vita, pubblicata a Gallese nel 1576, fu mutato nella bolla di canonizzazione di papa Adriano IV in Famiano per la fama che si era diffusa rapidamente in tutta la Tuscia falisca sulla scia dei miracoli che avvenivano sul sepolcro: sicché da ora in poi, per comodità del lettore e nostra, lo chiameremo con questo nome.
Mentre riceveva una istruzione adeguata al suo rango cominciò ad avvertire una vocazione dapprima vaga, poi sempre più chiara e impellente, alla vita religiosa. I genitori sarebbero stati probabilmente lieti se avesse scelto la carriera ecclesiastica dove avrebbe ottenuto in poco tempo quel che era dovuto alla sua condizione di nobile; oppure se fosse entrato in una delle tante abbazie benedettine del suo Paese. Ma a diciott’anni scelse la via più impervia: indossò la tunica clericale con una croce di stoffa applicata al petto e, preso il bordone da pellegrino, si avviò verso le tombe degli Apostoli a Roma. Iniziava un pellegrinaggio per i santuari di Occidente e Oriente che sarebbe durato, pur con alcuni periodi di vita stanziale, fino alla morte: un pellegrinaggio che era cammino di iniziazione, di ricerca, di preghiera, di ascesi.
Dopo la visita a Roma si recò in Spagna per percorrere la Via Lattea fino al sepolcro dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Ma non vi sarebbe arrivato subito: entrato in Galizia, incontrò un certo abate Antonio, superiore di un piccolo monastero dedicato a sant’Antonio martire, del quale ora non conosciamo più l’ubicazione. L’abate, colpito dalle doti del giovane, che allora aveva ventiquattro anni, gli propose di diventare suo discepolo. Famiano accettò restando nel monastero e osservandone rigorosamente la disciplina claustrale.
Ma quella non era la vita adatta al suo temperamento o, meglio, alla sua vocazione; sicché in capo a tre anni chiese il permesso di assentarsi per concludere finalmente il pellegrinaggio a Santiago.
Da padre Antonio non sarebbe più tornato: visitato il santuario di san Giacomo, s’inoltrò nella boscaglia che costeggiava il fiume Miño, linea di confine fra il Regno di León e la Contea del Portogallo, fino a quando sbucò in una radura dove si trovava il piccolo monastero dei Ss. Cosma e Damiano, oggi scomparso. Aveva allora ventotto o ventinove anni. Doveva essere un monaco di grandi qualità spirituali se il superiore, dopo qualche mese, gli affidò l’officiatura e la custodia di una cappella in riva al fiume, dedicata a san Placido, assecondando probabilmente la vocazione eremitica del giovane. Famiano vi sarebbe rimasto per venticinque anni durante i quali fu anche ordinato sacerdote.
Sul finire del 1144 decise di entrare nell’Ordine cistercense che sotto la spinta di Bernardo di Chiaravalle stava irradiandosi in tutta l’Europa con la sua riforma che intendeva restaurare sine glossa la regola di san Benedetto. Tre anni prima l’abate Garcia e tre compagni che vivevano in un monastero di Osera, in Galizia, avevano chiesto e ottenuto da san Bernardo alcuni religiosi perché volevano essere iniziati alla vita cistercense. Fu in quell’abbazia che Famiano fu ricevuto come novizio per poi emettere l’anno successivo la professione che lo legava perpetuamente all’Ordine.
Ma non sarebbe rimasto a lungo nemmeno in quel luogo. In capo a due anni sentì il bisogno di coronare il suo itinerario di pellegrino recandosi nei Luoghi Santi. Padre Garcia, che aveva avuto modo di stimarne l’altissima spiritualità, gli concesse il permesso.
Il pellegrinaggio in Palestina durò circa tre anni. Era un periodo difficile: pochi anni prima, nel 1144 ’Imad ad-din Zinki, emiro di Mosul, si era impadronito di Edessa minacciando l’invasione della Palestina. Il re di Gerusalemme, non riuscendo a fronteggiare la situazione con le proprie forze invocò l’aiuto dell’Europa cristiana. Questa, commossa dalla predicazione di san Bernardo di Chiaravalle, rispose all’appello: nell’assemblea di Vézelay del 31 marzo del 1146 Luigi VII re di Francia bandiva la seconda Crociata; e nella successiva dieta di Spira (25 dicembre) anche l’imperatore Corrado III prendeva la croce. Se i due eserciti avessero avuto un comando unico, l’impresa si sarebbe potuta concludere con una vittoria. Invece le due armate giunsero e operarono separatamente mentre l’imperatore bizantino osteggiava la spedizione: sicché in capo a un anno e mezzo i Crociati, decimati dagli attacchi dei Turchi e dalle epidemie, dovettero rinunziare alla riconquista di Edessa e alla progettata occupazione di Damasco, cui tolsero l’inutile assedio il 20 luglio del 1148.
La partenza di Famiano per i Luoghi Santi proprio in concomitanza con l’inizio della Seconda Crociata indurrebbe a pensare che il suo non fosse soltanto un pellegrinaggio: forse il monaco aveva anche la funzione di cappellano presso uno degli Ordini militari in Terrasanta; forse quello dei Templari tanto caro a san Bernardo che per loro aveva scritto nel 1118 un programma, Ai cavalieri del Tempio: Elogino della nuova cavalleria. La congettura non è del tutto infondata se si pensa che Famiano, arrivando a Gallese, portava cucita sullo scapolare una croce che non compariva su quello dei Cistercensi.
Rimase in Palestina fino al 1150 visitandone tutti i santuari, dalla grotta di Betlemme alla casa di Nazareth, dal Cenacolo alla via Crucis fino all’Anastasis e al Martyrion costantiniani che i Crociati stavano incorporando nella nuova basilica del Santo Sepolcro.
Il pellegrinaggio, toccata la meta, volgeva ormai al termine così come stavano declinando le forze del monaco che si sentiva prossimo alla fine. Decise allora di rientrare al suo monastero di Osera passando dall’Italia.
Giunto a Roma, vi si trattenne per qualche mese alloggiando probabilmente nel monastero dei padri cistercensi che si trovava accanto alla chiesa dei Ss. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane, concesso loro da Innocenzo II nel 1140: un luogo caro alle memorie cristiane perché vi era stato decapitato l’apostolo Paolo la cui testa, secondo una leggenda, era rimbalzata tre volte suscitando tre sorgenti che oggi sono inglobate in edicole.
Mentre Famiano si tratteneva a Roma gli apparvero i santi Pietro e Paolo avvertendolo che il luogo della sua morte sarebbe stata la cittadina di Gallese. La notizia compare già negli Acta primaeva et antiqua, la prima sintetica biografia scritta pochi anni dopo la sua morte; e non abbiamo motivo di dubitarne perché non è raro nella vita di un uomo avere premonizioni.
Tuttavia Balduino Bedini, nella Vita di san Famiano, (Roma 1958) scritta mezzo secolo fa avanzava una ipotesi che spiegherebbe il percorso del monaco fino a Gallese. A Falerii Novi, abbandonata nel secolo VIII dagli abitanti che, decimati dalle continue incursioni barbariche, si erano trasferiti a Falerii Veteres, l’antica e arroccata cittadina falisca distrutta dai Romani dopo la ribellione del 241 a.C. e ribattezzata Civita Castellana, era stato fondato un convento di Cistercensi che officiavano l’antica chiesa di Santa Maria Falerii, oggi semidistrutta. Forse Famiano, incamminandosi verso il nord per attraversare le Alpi e tornare in Spagna, aveva deciso di visitare i suoi confratelli lungo il viaggio per la valle del Tevere. Poi, ripreso il cammino, era stato costretto dalla calura e dalla spossatezza che l’aveva invaso a fermarsi chiedendo ospitalità nella non lontana cittadina di Gallese.
Trascorreva le giornate nella preghiera e nella contemplazione finché nel quindicesimo giorno dal suo arrivo si ammalò gravemente. Sentendo ormai prossima la morte fece chiamare l’arciprete Biagio, che officiava la cattedrale di Santa Maria, e gli disse, come riferiscono gli Acta primaeva et antiqua: «Fratello, ti chiedo di non rivelare a nessuno il segreto che ora solennemente ti espongo fino all’ottavo giorno durante il quale la mia anima si separerà in questa città dal corpo e sarà congiunta con Cristo al mio Signore: prego quindi la tua grande bontà affinché mi seppellisca in un luogo vicino all’acqua, quello che ora ti mostrerò». Poi, levatosi faticosamente dal letto, afferrò la mano del prete conducendolo alla finestra che si affacciava sulla sottostante vallata dove gli indicò una grotta ai piedi della collina, vicino a un torrentello.
Don Biagio era sconcertato perché un cristiano si doveva seppellire in terra consacrata, nel recinto della chiesa di Santa Maria, come si usava allora. Ma Famiano non sentiva ragioni. Casualmente quell’appezzamento di terra dove si trovava la grotta apparteneva proprio al suo ospite che, d’accordo con la moglie, fu ben contento di cederlo al monaco barbuto dagli occhi celesti di cui apprezzava la profonda spiritualità.
Pochi giorni dopo il santo ricambiava quell’atto di generosità con un miracolo. Ascaro, che soffriva da tempo di coliche renali nefritiche, fu colpito da un dolorosissima crisi proprio quando Famiano giaceva ormai moribondo in casa sua. Si fece trasportare accanto al letto del monaco e baciandogli devotamente le mani gli domandò di intercedere presso il Signore perché lo guarisse. «All’istante» scrivono gli Acta «recuperò la completa salute!» Il prodigio, che si aggiungeva a quello della sorgente scaturita nella campagna, convinse gli abitanti di Gallese di trovarsi di fronte a un santo.
Poco prima di morire Famiano convocò il clero della cittadina indicando il luogo del suo sepolcro ed esortando a custodirlo degnamente perché il Signore lo avrebbe colmato di donazioni ed elemosine che si sarebbero dovute dividere in tre parti eguali: la prima per la costruzione e manutenzione della chiesa che vi si sarebbe costruita; la seconda ai sacerdoti o religiosi che l’avrebbero custodita e officiata; la terza ai poveri e ai pellegrini. Poi donò loro la tunica che aveva indossato fino a quel momento.
Il mattino dell’8 agosto moriva: aveva sessant’anni. Fu allora che si scoprì un libretto su cui aveva annotato appunti dei suoi tanti viaggi. Quel libretto, insieme con la testimonianza di Ascaro e dei suoi concittadini, servì come fonte di notizie all’anonimo compilatore degli Acta primaeva et antiqua.
Tutto il popolo di Gallese sfilò davanti alla salma cantando inni; poi lo seppellirono secondo la sua volontà nella grotta della vallata.
Già erano successi i primi miracoli: a due sordi che si erano avvicinati al suo corpo nella casa di Ascaro tornò l’udito, molti malati furono risanati. Qualche giorno dopo la morte un indemoniato che si dibatteva, dava in escandescenze e bestemmiava continuamente, fu condotto all’orto di Ascaro e deposto davanti alla grotta: immediatamente fu liberato dalla possessione. «A una certa ancella, proveniente dal castello di Verchiano» narrano gli Acta «e che si era raccolta in preghiera davanti al sepolcro, fu restituita la vista.»
Le guarigioni miracolose continuarono nei mesi e negli anni successivi: finché papa Adriano IV, salito sulla cattedra di San Pietro il 5 dicembre 1154, si trovò a passare nel 1155 da quelle parti mentre si dirigeva verso Orvieto dove aveva deciso di rifugiarsi per sottrarsi ai romani che, sobillati da Arnaldo da Brescia, erano insorti contro di lui; e probabilmente sentì parlare dei prodigi che avvenivano accanto alla tomba del santo monaco cistercense e dei pellegrinaggi che vi giungevano.
Secondo l’anonimo autore della Vita cinquecentesca il Papa fece allestire un processo canonico al termine del quale canonizzò Quardo cambiandogli, come si è già spiegato, il nome in Famiano. Si trattò di un’autorizzazione verbale al culto o il pontefice emise una bolla di canonizzazione? Secondo il Beduini la bolla, spedita al vescovo di Gallese, si sarebbe smarrita quando la sede vescovile venne unita a quella di Civita Castellana; mentre la sua minuta, a causa dei continui spostamenti della corte papale in quegli anni, non giunse nemmeno negli archivi vaticani e «se vi giunse andò dispersa come sono andati smarriti i regesta o registri dei pontefici anteriori a Innocenzo III, fatta eccezione di quelli di san Gregorio VII (1073-1085) e di uno di quelli di Giovanni VIII (872-882)».
Mancando un documento ufficiale il Baronio non inserì san Famiano nel Martirologio romano, il catalogo ufficiale di tutti i santi, promulgato da Gregorio XIII nel 1584. Per questo motivo all’inizio del secolo XVI monsignor Angelo Gozzadini manifestò alla Sacra Congregazione dei Riti, creata nel 1588 da Sisto V per sovrintendere ai processi di beatificazione e canonizzazione, dubbi sulla validità e legittimità del culto al santo cistercense. Ma il 6 dicembre 1624 la Sacra Congregazione dei Riti rispose che si doveva «permettere quel culto et honore che s’è per fino qui permesso».
Grazie alla canonizzazione di Famiano si cominciò a costruire la chiesa sul suo sepolcro preannunciata dal santo stesso prima di morire. Inizialmente doveva essere un piccolo oratorio costruito davanti alla grotta, poi fu ingrandito fino a raggiungere le attuali dimensioni. Di stile romanico, è asimmetrica per l’assenza della quinta navata di sinistra: probabilmente alle tre navate originarie venne aggiunta una quarta sulla destra per ricevere i molti pellegrini che vi giungevano, evitando di costruirne un’altra simmetrica a sinistra per le difficoltà che il terreno presentava. A sua volta la grotta, cui fu data la forma di una cella sepolcrale, è spostata un poco a sinistra, in fondo alla navata centrale, dove una inferriata permette di scorgere il sarcofago del santo. Nel 1920 fu decorata e dipinta da un discepolo del Cisterna che affrescò in stile neobizantino l’immagine di san Famiano con quelle dei santi Gratiliano e Felicissima, martiri di Falerii Veteres, e di san Valentino martire, ritenuti tutti nativi di Gallese. Il presbiterio, per rispettare la grotta, è sopraelevato di due metri rispetto al piano della chiesa il cui corpo è preceduto da un portico a quattro archi che altera la simmetria della facciata perché vi manca un quinto arco sulla sinistra.
In occasione della festa liturgica dell’8 agosto una processione parte dalla cattedrale per giungere fino alla chiesa dedicata al santo dove sulle pareti della navata centrale e sull’arco del presbiterio si appendono undici grandi arazzi che Ginesio del Barba dipinse nel 1754 per figurare i miracoli principali di Famiano e l’apparizione dei santi Pietro e Paolo. Alla processione partecipano alcune fanciulle vestite di bianco, le cosiddette zitelle, che rammentano una usanza ormai desueta secondo la quale durante la festa le confraternite locali offrivano la dote ad alcune ragazze povere e di vita autenticamente cristiana che nel corso dell’anno avrebbero dovuto pregare il santo a nome della comunità poiché la loro purezza permetteva che certe richieste potessero essere esaudite più facilmente.
San Famiano si festeggia il 8 agosto