Nome
Santi Cosma e Damiano
Titolo
Martiri
Ricorrenza
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Patrono di
In breve

Santi Cosma e Damiano sono venerati come santi martiri dalla Chiesa cattolica e sono conosciuti come i 'santi medici' per via della loro professione. Secondo la tradizione, erano fratelli gemelli, nati in Arabia, e praticavano la medicina senza chiedere compenso, guadagnandosi il titolo di 'anargiri', ovvero 'senza argento'. Si ritiene che abbiano curato sia gli esseri umani sia gli animali, e la loro fama di guaritori si diffuse rapidamente. Morirono martiri durante la persecuzione di Diocleziano, intorno al 303 d.C. Tra i miracoli a loro attribuiti, il più celebre è la 'miracolosa trapiantazione' di una gamba da un uomo defunto di pelle nera a un paziente con una gamba gangrenosa, rappresentando uno dei primi racconti di chirurgia miracolosa nella storia cristiana. La loro festa liturgica si celebra il 26 settembre e sono considerati patroni dei medici, chirurghi, farmacisti e, in generale, di tutti i lavoratori del settore sanitario. Inoltre, sono invocati per la protezione contro le epidemie. La loro venerazione è diffusa in tutto il mondo cristiano, con numerose chiese a loro dedicate.

I due santi gemelli, che erano medici a Egea in Cilicia, dove vennero martirizzati nel IV secolo, sono considerati patroni dei medici e dei chirurghi, ma anche dei farmacisti e dei barbieri oltre ad essere invocati come risanatori di ogni male 

Nel VI secolo i santi Cosma e Damiano erano così popolari a Roma che la regina dei Goti Amalasunta donò a papa Felice IV (526-530) una delle due biblioteche poste ai lati del tempio della Pace e il tempio rotondo dei Penati perché si costruisse il santuario in onore dei due taumaturghi considerati i patroni dei medici. Nello stesso periodo la loro basilica di Costantinopoli era un santuario nazionale in cui accorrevano centinaia di malati che passavano la notte in chiesa secondo il rito dell’incubazione: durante il sonno i due santi venivano a curarli, consigliando loro un medicamento oppure applicando un impacco composto di olio e cera o addirittura operandoli come chirurghi. Non diversamente si comportavano i pagani che chiedevano la guarigione al dio Asclepio – Esculapio in latino – oppure a Iside, a Serapide, ai gemelli Castore e Polluce.

Sicché si è osservato che la straordinaria popolarità dei due martiri della Cilicia è dovuta al ruolo di guaritori che ereditarono dai gentili secondo un’accorta regia della Chiesa che si preoccupava di cristianizzare tradizioni troppo radicate per essere cancellate senza traumi. Se si leggono le prime leggende sui miracoli dei due santi, si notano tante analogie con leggende precristiane. D’altronde straordinariamente simili sono gli ex voto, le tavole su cui era narrata la guarigione a lode e ringraziamento della divinità.

Secondo la maggior parte delle fonti si può ragionevolmente sostenere che Cosma e Damiano erano medici a Egea, in Cilicia, dove oltre a curare convertirono al cristianesimo molte persone fino a meritare il martirio durante la persecuzione di Diocleziano. Da quella cittadina, che era un centro importante del culto ad Asclepio insieme con Epidauro e Pergamo, si irradiò la loro fama in tutto l’Oriente. Le reliquie vennero traslate a Kyros, in Siria, dove nel VI secolo Giustiniano, guarito da una gravissima malattia per loro intercessione, ricostruì la basilica dov’erano sepolti e da dove furono traslati a Roma in epoca imprecisata.

Secondo la tradizione erano fratelli gemelli, come Castore e Polluce, e di origine araba: chi dice immigrati in Cilicia, chi invece nati in una famiglia che faceva parte di una colonia arabo-cristiana. Quanto al significato dei nomi, Kosmâs in greco era un ipocoristico di nome composto il cui secondo termine era formato da kósmios, ornato, bene ordinato; e ipocoristico era pure Damianós, derivato da un composto il cui secondo termine era -damas, da damázein, domare.

Come è sempre successo quando il nucleo della venerazione è di tipo rituale, fiorirono su di loro tante leggende, raccolte in due Passiones e poi nel medioevo nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, che ispirarono un’iconografia tra le più ricche dell’Occidente, specie in Italia, Francia e Germania. È in Italia, nella basilica romana dei Santi Cosma e Damiano, la più antica rappresentazione dei due medici detti anargiri, cioè «senza denaro» perché secondo la tradizione praticavano la medicina senza chiedere compensi; un comportamento che corrispondeva fra l’altro a un’esortazione di Esculapio ai medici («Darete delle cure gratuitamente, se c’è da soccorrere un povero o uno straniero, perché dove c’è l’amore degli uomini c’è l’amore dell’arte») ed era consono all’insegnamento cristiano.

Nel mosaico absidale del VI secolo, dove campeggia il Cristo come giudice, si vede a sinistra Pietro che in veste bianca accompagna Cosma con il borsello da medico al braccio e sulle mani la corona d’alloro dei martiri mentre sulla destra è Paolo ad accompagnare Damiano simile al fratello: entrambi barbati e baffuti. Ai lati estremi della scena appaiono a sinistra papa Felice IV con il modellino della basilica in mano e a destra il soldato san Teodoro, allora molto popolare perché fino al IX secolo era l’unico martire militare universalmente venerato e lo si considerava il patrono dell’esercito bizantino.

Nella basilica romana vi è anche un ciclo di affreschi barocchi attribuiti a Tullio Montagna e Simone Lagi, che narrano alcuni episodi leggendari della loro vita. Ma dei tanti mirabolanti miracoli soltanto due sono rappresentati: la guarigione di un dromedario e quella di una donna emorroissa, Palladia. Gli altri quadri rappresentano alcuni episodi del martirio ordinato dal prefetto Lisia dopo che i due medici si furono rifiutati di sacrificare agli dei: subite varie torture, fra cui la flagellazione, Cosma e Damiano vengono gettati dall’alto di una rupe in mare con un pesante macigno al collo, ma gli angeli li sorreggono sulle onde e li riportano a riva. Allora Lisia li condanna al rogo ma le fiamme evitano persino di lambirli, anzi assalgono i carnefici. Manca in questo ciclo l’episodio delle frecce che, scoccate dagli arcieri sui due martiri legati nudi alle croci, non solo non li colpiscono ma come boomerang si ritorcono contro i soldati. E manca anche la lapidazione fallita, perché le pietre si comportano come le frecce.

Esasperato dai loro portenti, Lisia li fa infine decapitare mentre da una nube si affaccia un angioletto con la simbolica palma. Questa scena, insieme con il seppellimento, conclude il ciclo sulle pareti mentre sul soffitto la Gloria dei martiri, che alcuni storici dell’arte attribuiscono a Benedetto Cesari e altri a Montagna e Lagi, celebra la loro comunione divina.

Nella basilica inferiore, ricavata nel XVII secolo quando venne rialzato di sette metri il pavimento di quella attuale, è rimasto l’antico altare alabastrino nel cui pozzetto si conservano le reliquie dei santi Cosma e Damiano traslate al tempo di san Gregorio Magno (590-604). Ma secondo un’altra tradizione – tedesca – le reliquie sarebbero state traslate nel IX secolo da sant’Alfredo nel Duomo di Hildesheim e, dopo una serie di spostamenti, prima a Brema e poi a Bamberga, sarebbero giunte nel XVI secolo, per ordine di Massimiliano II, nella chiesa di San Michele di Monaco.

Nel ciclo della basilica romana è dipinta anche la scena di Lisia che li condanna alle torture. Il Beato Angelico invece ha rappresentato l’interrogatorio non solo di Cosma e Damiano, ma anche degli altri tre loro fratelli, Antimo, Leonzio ed Euprepio, ricordati nella Passio araba e nella Leggenda Aurea.Ispirandosi a quest’ultima il frate dipinse fra gli altri l’episodio di Palladia che, guarita da un inarrestabile flusso di sangue, offrì loro un modestissimo regalo: tre uova, che i santi rifiutarono. Allora la donna, preso da parte Damiano, lo scongiurò in nome del Cristo di accettare quel piccolo omaggio; e il medico lo prese per non dare l’impressione di spregiare il nome del Cristo. Quando il fratello lo venne a sapere si adirò a tal punto che ordinò pubblicamente di non seppellirlo nello stesso sepolcro con Damiano. In un’altra scena è rappresentato il funerale col miracolo del dromedario che cominciò a parlare dicendo di seppellire tutti e cinque i fratelli insieme perché il Cristo aveva pienamente scagionato Damiano.

Il Beato Angelico, su impulso dei Medici che avevano eletto Cosma e Damiano loro patroni per l’omonimia del cognome della famiglia con la loro professione, dipinse più di una ventina di episodi sia nella pala di San Vincenzo di Annalena, commissionata espressamente da Cosimo, sia nell’altra pala di San Marco: fra questi il primo trapianto, pur leggendario, di una gamba che la storia conosca. Narra la Leggenda Aurea che il guardiano della basilica romana aveva la gamba rosa da un orribile cancro. Ma una notte gli apparvero i due santi martiri con unguenti e un coltello in mano. Disse un fratello: «Dove possiamo prendere una gamba sana da applicare al posto di questa imputridita?». E l’altro rispose: «Oggi nel cimitero di San Pietro in Vincoli è stato sepolto un etiope; prendiamogli una gamba e mettiamola al nostro devoto». Quando il guardiano si svegliò si accorse di essere perfettamente guarito, sebbene la gamba non fosse più bianca ma nera.

La Leggenda Aurea narra un altro episodio leggendario, dipinto invece dal Tintoretto a San Giorgio Maggiore di Venezia: un giorno un contadino, dopo aver falciato il grano, si addormentò nel campo a bocca aperta. Una serpe ne approfittò per entrare nello stomaco. Al risveglio il contadino non sentì nessun dolore; ma alla sera cominciò a soffrire le pene dell’inferno fino a quando ebbe la felice idea di invocare i santi Cosma e Damiano. Poi si recò alla loro chiesa dove cadde in un sonno profondo: e la serpe gli uscì dallo stomaco.

Col rinascimento l’iconografia di Cosma e Damiano si arricchì di nuovi attributi oltre a quello tradizionale del borsello per le medicine, che poteva essere ovale o rettangolare: veste di panno rosso, come quella dei medici dell’epoca, ampio mantello foderato di vaio, cappuccio o berretto cilindrico; in mano gli strumenti della professione, come la cassetta da chirurgo, il mortaio da farmacia, la scatola di unguenti, la spatola, il vaso per le urine.

Ormai i due santi gemelli erano considerati i risanatori di ogni male, specie di quelli dei reni e della gola. Non soltanto i medici e i chirurghi li veneravano come patroni, ma anche i farmacisti perché le due professioni si erano differenziate molto tardi, soltanto verso l’XI secolo. I farmacisti prediligevano Damiano, tant’è vero che lo facevano raffigurare come uno di loro. Anche i barbieri, che praticavano nel medioevo là medicina minore, li elessero a loro patroni: il Collegio dei Parrucchieri e Barbieri di Roma, nato a Roma nel 1243, si chiamò infatti Compagnia dei santi Cosma e Damiano. A sua volta la facoltà di medicina di Bologna volle sul proprio gonfalone e sul Sigillum magnum l’effigie dei santi Cosma e Damiano.

In Italia si moltiplicarono le chiese in loro onore: a Roma le più antiche avevano un ospizio per i malati dove i Benedettini o i Basiliani prestavano la loro opera caritatevole, come per esempio nell’Oratorio dei Santi Cosma e Damiano in xenodochio Tuscio, presso il Laterano. Oggi i santuari più importanti, oltre alla basilica romana, sono quelli di Alberobello, di Bitonto, di Gaeta, di Isernia, che conserva due reliquie ed è visitato da interminabili carovane di pellegrini, di Matera, di Oria, nei pressi di Brindisi, di Ravello e infine di Anela, in provincia di Sassari.

Secondo il nuovo calendario romano generale la loro festa cade in Occidente il 26 settembre mentre una volta era al 27, considerato il giorno commemorativo della dedicazione della basilica a loro intitolata nel Foro Romano.