- Caluso (Piemonte),
- Naro (Sicilia),
- Torretta (Sicilia),
- Campofranco (Sicilia),
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- Cesarò (Sicilia),
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San Calogero, noto anche come Calogero l'Eremita, visse tra il V e il VI secolo e la sua figura è avvolta tra storia e leggenda. È particolarmente venerato in Sicilia, dove si narra sia giunto dalla sua terra natale, la Grecia, per sfuggire alla persecuzione iconoclasta. Secondo la tradizione, operò molti miracoli, legati soprattutto alla guarigione da morsi di serpenti e scorpioni. A lui si attribuisce il miracolo di aver salvato gli abitanti di Sciacca da una terribile epidemia. La sua festa si celebra il 18 giugno, e in questa data numerosi pellegrini si recano nelle chiese a lui dedicate, soprattutto in Sicilia, per onorare la sua memoria e chiedere protezione. La sua popolarità è testimoniata dalle numerose chiese e cappelle a lui dedicate, dislocate soprattutto nell'isola, ma anche dalla diffusione del suo culto tra i cristiani ortodossi.
Sul patrono di Agrigento, Sciacca e Naro, che pare sia giunto dall’Oriente, molte son le leggende ma forse il suo nome cela diversi Calogeri, ovvero santi eremiti, perché era un titolo reverenziale che si dava ai monaci nell’Italia meridionale.
Sulla cima del monte di San Calogero, che si leva isolato a pochi chilometri da Sciacca, nella Sicilia sud-occidentale, un santuario barocco, dov’è custodita la statua dell’omonimo eremita scolpita nel 1538 da Antonello e Giacomo Cagini, è la meta del pellegrinaggio che si svolge il lunedì dopo la Pentecoste e si conclude con un processione eucaristica. L’usanza risale al 1578 quando Sciacca fu colpita da continue scosse di terremoto. I cittadini, atterriti, promisero a san Calogero che se avesse fatto cessare quel flagello, ogni anno avrebbero portato in processione la sua statua. La festa degenerò presto in una specie di baccanale, sicché i reduci dalla processione vennero chiamati ironicamente i leti.
Secondo la tradizione san Calogero visse per trentacinque anni in una grotta del monte dove morì a novantacinque anni, la sera del 17 giugno 561, che secondo il calendario medievale era già il 18 giugno perché il giorno legale cominciava mezz’ora dopo il tramonto: sicché nel Martirologio Romano è festeggiato il 18 giugno.
Era nato a Calcedonia, una cittadina dell’antica Tracia non lontana da Costantinopoli: per questa vicinanza venne chiamato erroneamente costantinopolitano negli Atti recepiti dall’antico Breviario siculo-gallicano – in uso nella Chiesa siciliana dal IX secolo fino a quasi tutto il XVI secolo – che riporta anche un altro errore, datando la sua nascita al I secolo, quando probabilmente la si deve posticipare al V per alcuni riferimenti storici, come quello a Costantinopoli che fino alla rifondazione nel IV secolo si chiamava Bisanzio.
Fin da bambino, narrano gli Atti, digiunava, pregava e studiava la Sacra Scrittura. Venuto a Roma, ottenne dal papa il permesso di vivere da eremita in un imprecisato eremo dove ebbe la celeste ispirazione di recarsi in Sicilia per evangelizzare quel popolo liberandolo dai demoni che adorava, ovvero dagli dei pagani. Si recò nuovamente dal papa dal quale ottenne l’autorizzazione a partire insieme con i compagni Filippo, Onofrio e Archileone. Mentre Filippo si recava subito ad Agira e Onofrio e Archileone a Paternò, Calogero si fermò durante il viaggio a Lipari, nelle isole Eolie, dove pregato dagli abitanti si trattenne per qualche anno. A Lipari vi erano, come adesso, stufe vaporose e acque termali che Calogero, profondo conoscitore dei fenomeni naturali, insegnò ad usare agli abitanti per curare i loro malanni. Di quel suo leggendario soggiorno testimonierebbe un’importante sorgente termale che porta il suo nome così come le grotte dai vapori benefici.
Nell’isola ebbe la visione della morte di Teodorico, avvenuta nel 526, come ricorda un quadro barocco custodito nella cattedrale di Lipari. L’episodio è narrato anche da san Gregorio Magno che tuttavia non fa il nome di Calogero sicché si potrebbe congetturare che l’autore degli Atti si sia ispirato a quella fonte, dando il nome del santo all’anonimo «uomo di grande virtù» citato nei Dialoghi. «Giuliano, mio parente,» riferiva san Gregorio Magno «mi ha narrato: “Al tempo di re Teodorico il padre di mio suocero era esattore delle imposte in Sicilia. Di ritorno in Italia, la sua nave approdò in un’isola detta Lipari e durante il tempo in cui i marinai riparavano la nave, il padre di mio suocero approfittò con altri amici per andare a trovare un uomo di grande virtù che allora abitava nell’isola. Non appena l’uomo di Dio li vide, disse loro: ’Avete saputo che è morto Teodorico?... Ieri ho visto l’anima sua nuda e scalza, con le mani cariche di catene mentre, trascinata per l’etere dalle ombre irate di papa Giovanni e del patrizio Simmaco, veniva scaraventata nel cratere del vicino vulcano’. Impressionato, il padre di mio suocero si segnò: quando fu tornato in Italia seppe che Teodorico era realmente morto nel giorno e nell’ora in cui il Servo di Dio aveva avuta la visione”.»
Spinto da un’altra visione, Calogero partì infine per la Sicilia dove sbarcò a Syac, che i romani chiamavano Thermae per i bagni presso i quali sorgeva, o Thermae Selinuntinae perché l’avevano fondata verso il 620 a.C. gli abitanti della vicina Selinunte. In una settimana riuscì a convertire i pochi abitanti pagani della cittadina. Poi decise di cacciare per sempre le «potenze infernali» che regnavano sul vicino monte Cronios, consacrato al dio greco Cronos che i Romani avevano identificato col loro Saturno, protettore dell’agricoltura: su quel monte, che gli Arabi chiamarono «delle Giummare», intendendo con quel nome le palme nane che crescevano sui suoi fianchi, si aprivano, come oggi d’altronde, numerosi crepacci e grotte da cui si sprigionava un vapore bianco. Quel luogo, ricco come Lipari di stufe vaporose e acque termali, Calogero scelse per eremo.
Sulle grotte si narrava una storia riferita da Erodoto e da Dionisio di Alicarnasso. L’ateniese Dedalo, fuggendo l’ira del re Minosse, venne da Creta in Sicilia accolto amichevolmente da Cocalo, re dei Sicani. Per sdebitarsi gli costruì la città di Camico, l’attuale Caltabellotta, e scavò sul monte Cronios una grotta termale dove ingegnosamente incanalò il vapore bollente che usciva dal sottosuolo.
Salito sul monte, Calogero intimò ai demoni, che tiranneggiavano gli abitanti di Thermae e delle vicine contrade, di lasciare libero quel luogo. Il monte sussultò tra orribili urla e maledizioni sacrileghe finché, svaniti i diavoli, subentrò una quiete paradisiaca. L’eremita andò ad abitare in una grotta attigua a quelle vaporose, che si conserva tuttora intatta: all’interno, sopra un rustico altare che si dice costruito dall’eremita stesso, vi è murata sulla roccia l’immagine in mattoni maiolicati del santo benedicente che risale al 1545, come informa una scritta sulla parte superiore mentre un’altra, nell’inferiore, dice: «Presbitero Francisco de xuto me fecit». Calogero, che è barbato secondo l’iconografia tradizionale, tiene nella mano destra un libro e un ramo tagliato rozzamente a mo’ di bastone. Ai suoi piedi un fedele inginocchiato lo prega e una cerbiatta si appoggia come un cagnolino con le zampe anteriori sulla sua tonaca a rammentare un episodio leggendario.
Negli ultimi anni l’eremita, ormai quasi novantenne, non tollerava più alcun cibo. Il Signore gli mandò una cerva che gli offriva ogni giorno il suo latte leggero e profumato. Una brutta mattina un cacciatore di nome Siero scorse l’animale che pascolava tranquillamente nei pressi della grotta perché nessuno aveva mai osato fargli del male: puntò l’arco e ferì la bestiola che riuscì tuttavia a rifugiarsi nella caverna dove morì fra le braccia dell’eremita.
Quando il cacciatore, inseguendo la cerva, riconobbe colui che tanti anni prima l’aveva battezzato, gli domandò perdono piangendo per il grave dispiacere che gli aveva dato involontariamente. Calogero non soltanto lo perdonò ma lo invitò nella vicina grotta vaporosa istruendolo sulle virtù curative di quel vapore e delle varie acque termali che fuoriuscivano alle falde del monte.
Dopo l’uccisione della cerva l’eremita visse ancora quaranta giorni, visitato spesso dal cacciatore che ne era diventato discepolo. Un giorno Siero, salito sul monte, trovò il corpo gelido di Calogero ancora in ginocchio davanti all’altare. Non appena si sparse la notizia che il santo eremita era morto, gli abitanti delle cittadine vicine salirono in pellegrinaggio al monte e lo sotterrarono nella stessa grotta dov’era vissuto per tanti anni. Poi, per timore che venisse trafugato, lo nascosero in un’altra caverna di cui si è persa la memoria lungo i secoli. Secondo un’altra tradizione il corpo di Calogero, che successivamente era stato traslato in un monastero costruito a tre chilometri a nord della grotta e poi in un altro più a sud del precedente, lasciò il monte Cronios nel 1490 quando il monaco basiliano Urbano da Naso lo trasferì a Fragalà, in provincia di Messina. Infine le reliquie furono portate nella chiesa madre di Frazzanò, a qualche chilometro da Fragalà.
Nel IX secolo un monaco che si firmava «Sergio Cronista», nel senso di abitante sul monte Cronios, compose in greco alcuni inni in onore del santo dove narrava che il vescovo Gregorio insieme con il suo diacono Demetrio e «moltissimi altri santi fra cui il nostro Calogero» era fuggito da Calcedonia dov’era scoppiata una persecuzione ed era approdato non a Sciacca, come sostenevano gli Atti ma a Lilybeo, l’odierna Marsala. Dove poi fosse morto l’inno non lo dice: si limita a riferire che «occupò una grotta e purificando con la preghiera quel covo di demoni col potere della Croce li cacciò nei recessi dell’inferno»; e soggiunge: «Affrettiamoci a recarci a gara nella grotta, fratelli, e vedremo meraviglie dove il santo soleva ritirarsi e mettere in fuga le falangi di demoni».
Altre notizie Sergio Cronista non ne offre, né narra leggende favolose: sicché è lecito congetturare che il suo testo sia più credibile, se non più antico, degli Atti recepiti dal Breviario siculo-gallicano. Commentando quegli inni Francesco Terrizzi, che li ha pubblicati in San Calogero (Sciacca 1987), sostiene che il santo, perduti i compagni martirizzati dai Vandali, si spinse dapprima a Palermo passando per Salemi e poi a Termini Imerese, Fragalà, Lipari, Lentini, Agrigento, Naro e Sciacca, dove «trovò possibilità definitiva di lavoro apostolico e dove trascorse il resto della vita abbastanza lunga». Così si spiegherebbero le tante tradizioni e dimore su antri e luoghi diversi attribuiti a un unico e medesimo santo.
La lettura degli Inni di Sergio, che furono scoperti soltanto all’inizio del XVII secolo, quando ormai si erano consolidate le favolose leggende degli Atti, permette di ricostruire, pur a grandi linee, il vero san Calogero al quale era dedicata nel IX secolo una chiesa annessa a un monastero. Il monastero doveva essere distante dalla grotta perché l’autore degli Inni, forse abate, sollecitava i confratelli ad affrettarsi per raggiungerla. Infine san Calogero era considerato dalla popolazione taumaturgo: «Poiché tu sei stato guaritore di anime e di corpi per coloro che accorrono con fede nella tua chiesa,» cantavano alcuni versetti di Sergio Cronista «guarisci, presto, o saggio e pio Calogero, anche le passioni della mia anima accettando, o Padre, le lodi che ti innalzo io, tuo servo».
Ad Agrigento una tradizione locale, storicamente infondata, sostiene invece che i Calogeri – il cui nome originario greco-bizantino Kalogheros, latinizzato poi in Calogerus, significava «buon vecchio» ed era un appellativo e titolo reverenziale dato ai monaci e agli eremiti nell’Italia del Sud – sarebbero stati quattro fratelli vissuti da romiti e poi venerati rispettivamente ad Agrigento, Sciacca, Licata e Naro. I fedeli di ogni Calogero vantano la sua superiorità rispetto agli altri, sicché i naresi dicono in versi, ignorando Sciacca e Licata:
San Calòiru di Girgenti
Miraculi ’un ni fa nenti;
San Calòiru di Canicattì
Miraculi nni fa trì;
San Calòiru di Naru
Miraculi uni fa un migliaru.
Ai quali rispondono gli agrigentini:
San Calòiru di Girgenti
Li grazii li fa pri nenti;
San Calòiru di Naru,
Li fa sempri pri dinaru.
Ogni zona ha poi elaborato una sua leggenda. A Naro, per esempio, si narra che un giorno un uomo andò a caccia nel bosco; vista una cerva, le scagliò una freccia che la colpì al collo. L’animale fuggì in una grotta dove viveva un vecchio dal volto nero come la pece e la barba bianca come la neve: «Chi siete, buon vecchio?» gli domandò. «Sono Calogero, fratello di san Diego di Canicattì e di san Gerlando di Girgenti.» Il riferimento a san Gerlando denuncia la tarda redazione della leggenda perché il patrono di Agrigento, un vescovo francese che riorganizzò la diocesi dopo la riconquista agli Arabi, morì il 25 febbraio del 1100.
Il cacciatore, che chiese ed ottenne perdono per l’offesa alla cerva, dovette promettere di non narrare dell’incontro se non dopo alcuni anni. Quando fu scaduto il termine, gli abitanti di Naro vennero a sapere dell’eremita: incuriositi, si recarono alla grotta dove trovarono soltanto le sue ossa che portarono in festa al paese. Poi costruirono intorno alla grotta una chiesa, successivamente ingrandita fino a diventare l’attuale santuario di San Calogero con facciata barocca e andamento convesso.
A Naro, tra il 18 e il 19 giugno, si svolgono tre spettacolari processioni in suo onore: oggi come una volta una frotta di infermi assale la statua o vi si attacca o addirittura vi si fa adagiare: «Sono i muti che attendono la parola, i ciechi che implorano la vista, i paralitici che sperano il movimento delle membra divenute inerti per opera di spiriti maligni o per arte malefica di uomini e donne» scriveva il Pitrè. La statua del santo suda sotto il solleone, e la si asciuga con pezzuole che subito si applicano alle membra malate e serviranno poi a guarire mali vecchi e nuovi.
Fra le altre località dove la festa si celebra solennemente Agrigento si distingue per le tante manifestazioni che si susseguono prima, durante e dopo il momento culminante che cade fra la prima domenica di luglio e l’ottava con le due processioni del fercolo. Nelle settimane precedenti i fedeli vanno in pellegrinaggio alla chiesa del santo di stile arabo-normanno che è fuori di porta Atena e conserva il suo simulacro: un san Calogero che, vestito con una lunga zimarra nera, tempestata di fiori bianchi, e una tunica bianca, tiene a un braccio la cassetta di medicinali, simbolo dei suoi poteri taumaturgici, e in mano il libro della sapienza. Lo chiamano il «santo nero» perché ha il volto color di rame. I pellegrini gli portano ex voto e sacchi di frumento. Alcuni devoti praticano per tutto il tempo il dijunu addumannatu (digiuno sacro durante il quale si mangia soltanto ciò che si è ottenuto in elemosina).
A una settimana dalla prima processione i tamburini percorrono a frotte alcune vie eseguendo la tammurinata di san Calò che una volta culminava in una stupefacente gara di bravura nell’atrio della chiesa dove si suonava la cosiddetta diana: «I tamburinai,» scriveva Giuseppe Russo al Pitrè «riuniti in gran cerchio, si mettono sotto la dipendenza di un capo-tamburo, che riguardano in quel punto come il loro maestro di cappella. Costui, posto nel centro del cerchio, fa moti da energumeno, battendo la sua grancassa or con le bacchette da tamburo, or coi gomiti e talfiata anche con la testa; mentre gli altri, a cadenze determinate, battono il loro tamburo e formano una cotale armonia, per quanto stridula, altrettanto attraente, specie in quel giorno... Il capo-tamburo non si contenta della sua cassa, ma con una perizia che ti desta ammirazione batte or questa or quella di coloro che lo circondano. Ad un tratto tutti sospendono di battere sulla tesa pelle: alzano le mazzuole in alto, le incrociano, le intrecciano, le fanno scricchiolare; poi un colpo sul cerchio del tamburo, un altro o due sulla loro testa; e tutto questo con tanta esattezza di tempo e di armonia (se così può chiamarsi) che riesce un vero partito a tamburi!». Oggi purtroppo non esiste più la scuola che forgiava i tammurinai e il gruppo di ragazzi che gira per i quartieri si distingue soltanto per la buona volontà.
La domenica esce finalmente il simulacro al grido di «Viva san Caloiru!». Centinaia di fedeli scalano il fercolo fino ad arrivare al volto della miracolosa statua per un bacio al «santo nero». Decine di bambini, talvolta di pochi mesi, passati di braccia in braccia e spaventati dalla calca e dalla confusione, sono issati fino alla statua dove vengono spogliati dei loro abiti votivi. Altri devoti strofinano i fazzoletti sulla fronte del santo che secondo la credenza suda durante la processione. Centinaia di mani si protendono per afferrare le pezzuole, centinaia di altre pezzuole si accostano alle prime trasformandosi così in benefiche reliquie per le famiglie.
La festa si concluderà la domenica successiva quando il fercolo, detto straula, sarà preceduto dalla tradizionale Sagra del grano, oggi limitata a una sfilata di cavalli e muli bardati mentre un tempo serviva per portare i frutti della terra al santo in modo da attirare la sua benedizione sui raccolti.
A san Calogero è collegato anche il culto delle pietre: sulla montagna di Termini Imerese dove, secondo la tradizione, Calogero sarebbe passato nelle sue peregrinazioni liberando quei bagni da supposte infestazioni diaboliche, avrebbe lasciato l’impronta del suo piede e a Vicari quella della mano.
Tutte queste usanze e leggende sembrano denunciare la trasfigurazione di culti precristiani nel culto all’eremita venuto dall’Oriente. D’altronde sia il nome del monte di Sciacca, dedicato a Cronos, sia la scoperta nelle sue caverne di statuette di Demetra e di offerte votive, sia la storia della cacciata dei demoni sono altrettanti segnali su cui è opportuno riflettere. Certo, è difficile ricostruire quei culti e il loro intrecciarsi con la devozione a Calogero: si intravedono Cronos, Demetra e Persefone, ma anche un dio infero, purificatore e fecondatore, forse Ade stesso abitatore degli abissi. Si spiegherebbe così il profondo legame del santo con le grotte e con i vapori e le acque calde che sgorgano dal sottosuolo.
San Calogero nacque il 466
San Calogero nacque a Calcedonia
San Calogero morì il 18/06/0561
- Caluso (Piemonte),
- Naro (Sicilia),
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- Campofranco (Sicilia),
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- Cesarò (Sicilia),
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San Calogero si festeggia il 18 giugno