- Ravenna (Emilia-Romagna),
- Russi (Emilia-Romagna),
- Sant'Apollinare (Lazio),
- Crosio della Valle (Lombardia),
- Mercatino Conca (Marche),
- Bucine (Toscana)
Sant' Apollinare fu il primo vescovo di Ravenna e viene celebrato come santo martire dalla Chiesa cattolica. Secondo la tradizione, fu discepolo di San Pietro e inviato da lui a Ravenna come missionario. La sua vita fu segnata dal fervente impegno nell'evangelizzazione e dalla costruzione della comunità cristiana in quella regione. Apollinare subì numerose persecuzioni e fu esiliato più volte a causa della sua fede. La sua figura è avvolta da racconti di miracoli e prodigi che avrebbe compiuto, tra cui la guarigione di malattie e l'espulsione di demoni. Morì martire, e la sua morte è tradizionalmente datata al 23 luglio del 79 d.C. Il culto di Sant' Apollinare si consolidò soprattutto a Ravenna, dove la basilica di Sant'Apollinare in Classe e quella di Sant'Apollinare Nuovo gli sono state dedicate. Questi luoghi di culto sono famosi per i loro straordinari mosaici paleocristiani e sono parte del Patrimonio dell'Umanità UNESCO. La sua figura è simbolo di fede e resistenza alle persecuzioni, ed è venerato come patrono di Ravenna.
Al protovescovo di Ravenna, diventato patrono della città e dell’Emilia-Romagna, sono dedicate due fra le più celebri basiliche antiche, testimonianza di un culto che a sua volta ha ispirato una collana di leggende.
Sul mosaico absidale di Sant’Apollinare in Classe, a Ravenna, la croce gemmata, quale immagine della Trasfigurazione del Cristo, sovrasta Pietro, simboleggiato da una pecorella, che a sua volta sovrasta sant’Apollinare affiancato da altre dodici pecorelle: la composizione allude sapientemente alla continuità fra la Chiesa celeste e la terrena. In questa basilica fu traslato nel 549, quando venne consacrata la nuova costruzione bizantina, il corpo del protovescovo di Ravenna, oggi patrono della città e dell’Emilia-Romagna, che era stato sepolto in un loculo del contiguo cimitero cristiano.
Successivamente, nel IX secolo, parte delle reliquie furono portate nell’antica basilica palatina di Teodorico che, dedicata a san Martino fin dal VI secolo, venne poi chiamata Sant’Apollinare Nuovo: sul suo mosaico parietale, dove i martiri offrono corone gemmate al Cristo, appare anche il primo vescovo di Ravenna in semplici vesti e con capelli e barba bianchi. Soltanto più tardi Apollinare, il cui nome latino, Apollinaris, era originariamente un gentilizio destinato a trasformarsi in individuale col significato di «consacrato ad Apollo», sarà rappresentato nella magnificenza degli abiti vescovili, in mitra e pastorale, come ad esempio in una predella di scuola orcagnesca (XVI secolo), ora all’Accademia di Firenze, dove appare a san Romualdo per convincerlo a dedicarsi alla vita contemplativa. La più antica fonte che ne attesta l’esistenza, il Martirologio Gerominiano, lo celebra semplicemente con una scarna nota — «X kl aug. Ravennae Apollinaris» — recepita da un antico calendario dell’inizio del V secolo che era stato compilato nell’Italia settentrionale. Quel decimo giorno delle calende di agosto, ovvero il 23 luglio, considerato come suo dies natalis e ripreso dal Martirologio Romano, veniva celebrato a Ravenna con una festa solenne, in occasione della quale probabilmente san Pietro Crisologo (425-451) pronunziò il sermone 128 che ci offre qualche scarna informazione: che Apollinare fu il primo vescovo della diocesi e soffrì per la sua Chiesa molti tormenti, versando il suo sangue; e sebbene non fosse morto di morte violenta, lo si poteva considerare un martire, l’unico vero martire della Chiesa ravennate perché era venuto a mancare per le gravi ferite ricevute. Successivamente, nel VII secolo, la Passio sancti Apollinaris sostenne che, di origine antiochiena, era stato inviato da Pietro a evangelizzare Ravenna dove predicò il Vangelo operando molti miracoli. Condannato all’esilio, peregrinò a lungo in Oriente continuando la sua attività missionaria. Poi tornò a Ravenna dove morì il 23 luglio dopo aver subìto torture e maltrattamenti dai pagani.
Questa Passio retrodata la vita del vescovo all’epoca apostolica: non fa che recepire una precedente falsificazione cronologica del V secolo con cui la Chiesa ravennate rivendicava, come apostolica, la sua autonomia nei confronti di quella milanese da cui era dipesa fino ad allora. In realtà sant’Apollinare, che non conobbe mai san Pietro, dev’essere vissuto verso la metà del II secolo perché è documentata la presenza del suo undicesimo successore, san Severo, al concilio di Sardica (342-344): tenendo conto di una normale successione di vescovi si giunge infatti alla metà di quel secolo.
Nel medioevo la Passio fu rielaborata dalla fantasia dei devoti in una serie di leggende che confluirono nel racconto della Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine la quale a sua volta ispirò l’iconografia, come ad esempio il ciclo del suo martirio che il Pomarancio illustrò nella chiesa romana di Sant’Apollinare in Campo Marzio, costruita da Adriano I e poi ristrutturata in epoca barocca. Vi si narra che Apollinare fu discepolo dell’apostolo Pietro che lo inviò a Ravenna. Giunto in quella città, resuscitò la moglie del tribuno battezzandola insieme con il marito e tutti i familiari. Quando il giudice lo venne a sapere, convocò Apollinare imponendogli di sacrificare agli dei nel tempio di Giove. Ma il santo rispose che gli idoli non erano se non oro e argento e che sarebbe stato meglio distribuirli ai poveri. Non l’avesse mai detto! Venne malmenato e poi abbandonato per la strada mezzo morto. I suoi discepoli lo raccolsero sistemandolo nella casa di una vedova dove in sette mesi riacquistò di nuovo le forze.
Poi si recò a Classe per guarirvi un nobile che aveva perduto la parola, cacciando anche un demone che si era impossessato di una fanciulla della stessa casa. Quei due miracoli convertirono cinquecento uomini suscitando l’ira dei pagani che lo catturarono di nuovo e cominciarono a batterlo con verghe: ma il santo, steso a terra, seguitava a proclamare la divinità del Cristo. Lo costrinsero persino a stare in piedi su punte aguzze, ma Apollinare non cedeva, sicché alla fine furono costretti a scacciarlo dalla città.
Il vescovo tornò nella vicina Ravenna, chiamato dal patrizio Rufo che aveva una figlia gravemente inferma. Appena Apollinare fu entrato nella casa, la fanciulla chiuse gli occhi. «Non fossi tu mai entrato in casa mia!» esclamò il patrizio infuriato. «Gli dei si sono adirati e non hanno permesso la sua guarigione: che cosa mai potrai fare per lei?» E Apollinare: «Non aver timore ma giurami che se la fanciulla ritornerà in vita non le impedirai di consacrarsi al Creatore». Dopo il giuramento di Rufo il santo cominciò a pregare finché la fanciulla ritornò in vita per poi convertirsi e ricevere il battesimo insieme con la madre e con molti fedeli, rimanendo vergine fino alla morte.
Quando l’imperatore venne a sapere di quelle conversioni scrisse al prefetto di costringere quel cristiano a sacrificare agli dei, altrimenti avrebbe dovuto cacciarlo dalla città. Non bastarono né le verghe né il tormento del cavalletto né l’acqua bollente sulle ferite sanguinanti: sicché il magistrato decise di incatenarlo e allontanarlo da Ravenna. Ma i cristiani, vedendolo in quelle condizioni, si infuriarono gettandosi poco evangelicamente sui pagani e uccidendone più di duecento. Il prefetto atterrito fece dapprima rinchiudere Apollinare in un carcere sicuro, poi di nascosto lo caricò su una nave insieme con tre chierici e due soldati. Anche sul mare il vescovo indomabile non rinunciò alla sua opera di evangelizzazione battezzando i due soldati dopo aver placato una tempesta.
Poi ritornò a Ravenna dove lo arrestarono di nuovo: condotto al tempio di Apollo, colui che soltanto nel nome gli era paradossalmente consacrato — pura coincidenza onomastica? — maledisse la statua facendola cadere a pezzi. A questo punto il lettore penserà che la storia si concluda con il martirio. Invece continua: i sacerdoti lo condussero davanti al giudice Tauro che aveva un figlio cieco. Apollinare ne approfittò per restituirgli la vista, sicché anche il giudice si convertì alla fede cristiana ospitando per quattro anni il santo nella sua casa.
I sacerdoti pagani, esasperati, denunciarono il magistrato all’imperatore il quale magnanimamente si limitò a ordinare che chiunque recasse ingiuria agli dei fosse punito con l’esilio, soggiungendo che non toccava all’uomo vendicare gli dei ma agli dei stessi, qualora lo avessero ritenuto opportuno. Allora il patrizio Demostene ingiunse nuovamente al vescovo di onorare le divinità romane ricevendo il solito rifiuto che fece imbestialire il popolo di Ravenna, per la maggior parte ancora pagano. Per sottrarlo al suo furore il patrizio lo affidò a un centurione che si era convertito segretamente al cristianesimo: il militare pensò di salvarlo conducendolo in un sobborgo abitato dai lebbrosi, ma la folla inferocita non se li lasciò sfuggire, catturando il santo e malmenandolo fino a lasciarlo moribondo sulla via. Apollinare — conclude finalmente la Leggenda Aurea —sopravvisse ancora per sette giorni durante i quali non cessò di ammaestrare i discepoli.
Sant' Apollinare di Ravenna nacque il I Secolo
Sant' Apollinare di Ravenna nacque a Antiochia di Siria
Sant' Apollinare di Ravenna morì il I Secolo
- Ravenna (Emilia-Romagna),
- Russi (Emilia-Romagna),
- Sant'Apollinare (Lazio),
- Crosio della Valle (Lombardia),
- Mercatino Conca (Marche),
- Bucine (Toscana)
Sant' Apollinare di Ravenna si festeggia il 20 luglio
Affido al santo di oggi Sant' Apollinare i miei cari defunti papà Antonio, mamma Angela, nonno Francesco e zio Michele.Veglia sempre sui miei passi.Amen
Michele