Nome
Sant' Angela da Foligno
Titolo
Terziaria francescana
Nascita
1248 - Foligno
Morte
04/01/1309 - Foligno
Ricorrenza
Radio Vaticana
In breve

Sant' Angela da Foligno, conosciuta anche come la 'Maestra dei Teologi', è stata una figura importante nella spiritualità cattolica del tardo Medioevo. Nata nel 1248 a Foligno, una città dell'Umbria in Italia, la sua vita subì un radicale cambiamento dopo una serie di eventi tragici, tra cui la morte di marito e figli, che la spinsero verso una profonda conversione spirituale intorno all'anno 1285. Divenne un membro del Terzo Ordine di San Francesco e iniziò un percorso di penitenza e dedizione ai poveri. Angela è famosa per le sue visioni mistiche e per il suo libro, il 'Liber', dove descrive le sue esperienze spirituali. Il processo di canonizzazione iniziò pochi anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1309, ma fu solo nel 2013 che Papa Francesco la proclamò santa in un atto noto come 'canonizzazione equipollente', riconoscendo la venerazione secolare del suo culto senza la necessità di un processo formale di canonizzazione.

Vissuta nel XIII secolo a Foligno, dapprima donna mondana poi penitente, dettò un’autobiografia spirituale che è la testimonianza di un’anima contemplativa definita da Pio XII «la più grande mistica francescana»

«E subito furono aperti gli occhi dell’anima e vedevo una pienezza di Dio nella quale comprendevo tutto il mondo, quello cioè di là dal mare e di qua dal mare e l’abisso e il mare e tutte le cose. E in tutte le cose predette non distinguevo che la Potenza Divina in modo del tutto inenarrabile. L’anima allora, ammirando assai, esclamò dicendo: “Codesto mondo è pieno di Dio”. E capiva che tutto il mondo è quasi una piccola cosa... ma la Potenza di Dio supera e riempie tutte le cose.» Così cercava di spiegare una visione Angela da Foligno al suo confessore e direttore spirituale, fra Arnaldo, che registrava fedelmente le sue confessioni nel Memoriale traducendole dal volgare umbro in latino. Grazie a quella fedele trascrizione possiamo leggere la testimonianza di colei che Pio XII definì «la più grande mistica francescana, grande, grandissima mistica».

Era nata nel 1248 a Foligno in una famiglia facoltosa, forse nobile. I biografi la descrivono di bell’aspetto, elegante e mondana. Si era sposata con un nobile, di cui non conosciamo né il nome né il casato, ed ebbe dei figli. Nel MemorialeAngela parla con amarezza della vita precedente la conversione, di colpe non confessate che le procuravano rimorsi. Queste allusioni indussero J.K. Huysmans a presentarla in una sua opera, En route, come un’adultera; ma di certo non sappiamo nulla.

Finché un giorno di un anno imprecisato, probabilmente il 1285, Angela uscì di casa incamminandosi verso la chiesa di San Francesco. Durante la notte aveva supplicato il santo d’Assisi perché le concedesse per intercessione la forza di confessare finalmente senza omissioni tutte le colpe. E Francesco le era apparso dicendole: «Sorella, se più presto mi avessi pregato, più presto ti avrei esaudita, ma quanto domandi ti è concesso».

Nella chiesa non trovò il sacerdote al quale confessarsi; lo incontrò invece nella cattedrale di San Feliciano, il patrono della città, dove sostò quasi casualmente sulla via del ritorno: vi predicava in quel momento il cappellano del vescovo, il francescano Arnaldo che era anche un suo parente. Finita la predica, Angela gli chiese di confessarla: fu una confessione torrenziale, interrotta spesso dal pianto. La donna prometteva di cambiar vita. D’altronde da qualche mese rifletteva sulla decisione che aveva preso un suo concittadino, il beato Pietro Crisci (ricordato liturgicamente il 19 luglio), un nobile che aveva rinunciato ai suoi beni per consacrarsi come terziario francescano alla povertà e dormiva nel sottoscala della torre campanaria del Duomo di Foligno, diventato poi luogo di culto, come attestano gli affreschi del XV secolo che ornano quell’antro. All’inizio Angela si era presa gioco di Pietro, come lei stessa raccontava; poi quella scelta radicale aveva suscitato nel suo animo, già agitato, inaspettati pensieri, forse ancora confusi, su una possibile quiete spirituale che anche lei avrebbe potuto ottenere.

Terminata la confessione, Angela promise davanti al crocifisso di vivere in castità e il più umilmente possibile. Il cambiamento fu radicale: aveva rinunciato alle vesti migliori e a molti cibi, si isolava ore ed ore a pregare. I parenti non riuscivano a capire quell’improvvisa e per loro folle inversione di rotta, soprattutto il marito che si stava irritando perché lei si sottraeva all’amore coniugale.

Ma Angela cercava ormai soltanto la solitudine. La ebbe: in breve tempo le morirono madre, marito e figli. Nel Memorialela beata sostiene che quelle morti le aveva chieste al Signore. «Et inperzioché io aveva di poco tempo comenziata la dita via,» confessa in una traduzione in volgare umbro del Memoriale «et aveva pregato Dio che morìseno, grande consolatione ébi de la soa morte, pensandomi poi che Dio m’aveva fate le predite cose ch’el mio cuor senpre fosse nel cuor de Dio e lo cuor de Dio senpre fosse nel cuor mio.» Ma più tardi confessò di aver provato un grande dolore accorgendosi che il Signore l’aveva presa in parola. Che dire? L’episodio è troppo sconcertante per non indurre il lettore a qualche riflessione.

Rimasta sola, Angela vendette la maggior parte dei suoi beni distribuendone il ricavato ai poveri e si dedicò totalmente alla preghiera e alla carità insieme con una compagna, una tal Masazuola, che probabilmente badava alle faccende domestiche e fungeva anche da consigliera. Un giorno le due donne si trovavano nell’ospedale di San Feliciano che sorgeva accanto alla cattedrale per curare i lebbrosi quando, forse per emulare la condotta di san Francesco che in un celebre episodio aveva abbracciato uno di loro, trangugiarono l’acqua nella quale avevano lavato un paziente nel quale scorgevano l’immagine di Gesù crocifisso.

Nell’estate del 1291, sei anni dopo la conversione, Angela venne ammessa alla professione del Terz’Ordine francescano. Qualche mese dopo, in occasione della festa di san Francesco, si recò in pellegrinaggio ad Assisi. Era arrivata oltre Spello, in prossimità di un trivio dove sorgeva una chiesa dedicata alla Santissima Trinità, quando si sentì posseduta da un Essere superiore. Il Signore aveva mantenuto la promessa che le aveva fatto un giorno: «Affrettati» le aveva detto «poiché appena avrai compiuto queste cose (la distribuzione dei suoi beni ai poveri) tutta la Trinità verrà in te».

In Assisi Angela visitò la tomba del santo nella basilica inferiore, poi, seguendo la comitiva, uscì per tornare poco dopo a quella superiore. Era inginocchiata vicino all’ingresso, davanti alla «vetrata degli Angeli» dove si vedeva, come oggi, nell’ultimo riquadro in basso una grande immagine del Cristo che abbraccia Francesco, quando improvvisamente proruppe in grida che la gente non riuscì a intendere: «E alora dapò lo dipartimento comenzai a cridare e stridere, e senza vergogna strideva e cridava dizendo questa parola: “Amor non congnosciuto, perché me lasi?”». Subito dopo, fra Arnaldo, che era presente alla scena perché in quel periodo si trovava nel convento di Assisi, rimproverò severamente Angela e le ingiunse di non farsi veder mai più in quel luogo. Poi sbollita l’ira, cominciò a sospettare che dietro quell’increscioso episodio si celasse un’esperienza mistica. Tornato nel 1292 a Foligno per decisione dei superiori, cercò di scoprire il mistero. Dapprima Angela tergiversava; poi, dopo aver chiesto e ottenuto la promessa di non rivelare a nessuno che la conoscesse quanto stava per dirgli, gli narrò quel che aveva sperimentato non soltanto in quell’occasione. Il frate ascoltava sorpreso ma, temendo che in tutta quella storia potesse celarsi qualche inganno diabolico, pregò la beata di rivelargli ordinatamente il suo cammino interiore in modo che egli potesse mettere il tutto per iscritto e sottoporlo poi al giudizio di chi in questo campo aveva più autorità ed esperienza. Nacque così il Memoriale che Angela dettava nel suo volgare umbro e che il frate trascriveva in latino: redatto in quattro anni, dal 1292 al 1296, venne approvato dalla beata: «Tutto quello che è scritto è secondo la mia volontà e viene da me, cioè da me procedette». Nello stesso anno venne letto dal cardinal Giacomo Colonna, da otto frati minori e da altri tre frati «dei quali nessuno ha trovato in questo libro traccia di falsità, ma piuttosto umilmente lo venerano e ritengono preziosamente come divino». Dopo la sua morte venne approvato per una seconda volta, insieme con gli altri scritti (esortazioni, lettere, considerazioni) dallo stesso cardinal Colonna.

Questa «autobiografia spirituale» delinea il cammino mistico della beata Angela in tre tappe che lei chiama «trasformazioni» o «proprietà necessarie agli amanti»: la prima costituisce il termine della via ascetica e l’inizio della mistica, le altre due lo sviluppo fino al massimo grado della via mistica. «La prima trasformazione» diceva «si ha quando l’anima si sforza di imitare le opere di questo Dio-uomo passionato. La seconda trasformazione si ha quando l’anima si unisce a Dio ed ha un gran sentimento e grandi dolcezze da Dio, che possono tuttavia esprimersi con parole e pensarsi.» La terza si ha «quando l’anima con unione perfettissima è trasformata in Dio e Dio in lei; e sente e gusta cose altissime di Dio, tali che non possono esprimersi con parole né pensieri».

Alle prime due tappe doveva succedere la «notte dell’anima» con sofferenze e tormenti fisici e spirituali che la colpirono fra il 1294 e il 1296: via di dolorosa purificazione che non cessò mai totalmente ma continuò soprattutto nelle infermità del corpo. Quella «notte» preludeva all’ottenimento del grado massimo della contemplazione, la visione di Dio sopra le tenebre, che soltanto in lei fra le mistiche ha un’esplicita testimonianza. Ma Angela precisa sempre che le parole non riescono se non oscuramente a testimoniare di quello stato e che d’altronde, nonostante questa profonda unione, Dio «non può essere spiegato per nulla».

Dal 1296 alla morte trascorsero ancora tredici anni, durante i quali Angela raccolse intorno a sé un gruppo di discepoli secondo quanto le aveva predetto la voce divina qualche anno prima: «Tu avrai dei figli». Fra di loro spiccava fra Ubertino da Casale che nel 1298, reduce dai suoi studi a Parigi, dove si era spiritualmente rilassato, ritrovò la sua vocazione originaria grazie all’incontro con colei che non esitava a chiamare «madre». Di questa sua opera di apostolato sono testimonianze le Istruzioni salutifere e le Lettere con cui lei intratteneva stretti rapporti anche con i lontani.

Nella polemica tra moderati e zelanti all’interno dell’Ordine francescano Angela, pur professando un’osservanza molto stretta della povertà, evitò di schierarsi apertamente con i secondi. Li esortava, seguendo l’insegnamento di san Francesco: «E predicate agli altri con la mortificazione della vita vostra più che con un discorso di contesa». D’altronde amava sempre ricordare che non si era veramente poveri se non nell’umiltà, sicché si potrebbe applicare a lei il programma che aveva tracciato san Bonaventura a proposito della povertà: «Un alto grado di povertà è lasciare le cose temporali; uno più alto è abbandonare gli amici secolari e spirituali; il più alto è lasciare se stesso perché chi è così si priva del proprio amore e della propria volontà».

Morì a Foligno il 4 gennaio, sua festa liturgica, del 1309 e venne sepolta nella chiesa di San Francesco. Il titolo di beata le fu attribuito senza un regolare processo canonico mentre il culto venne convalidato nel 1701 da Clemente XI. Ma alcuni papi l’hanno chiamata santa, come Paolo III che nel 1547, accordando privilegi agli iscritti al Terz’Ordine francescano, annoverava fra questi «sant’Angela da Foligno»; o come Pio XI che rispondendo a A. M. J. Ferré, che gli aveva donato un suo libro, La spiritualité d’Angèle de Foligno (Parigi 1927), scriveva che «la santa... svolge un ruolo di prim’ordine».